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A Serious Man

Regia e Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen

Interpreti: Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick

Fotografia: Roger Deakins

Musiche: Carter Burwell

Montaggio: Roderick Jaynes

Scenografia: Jess Gonchor

Costumi: Mary Zophres

USA, 2009, 104'

 

 

Shtelt polacco, XIX secolo: un commerciante devoto accoglie un viandante durante una tempesta di neve; la moglie, credendo sia un dybbuk, lo uccide. Questo il prologo estravagante, a cui ci hanno abituato i fratelli Coen, che nulla ha a che fare con il resto del film e che però ne custodisce la chiave di lettura. Dal preludio in yiddish, che segue la tradizione del racconto morale ebraico (ma quale sia questa morale non è dato sapere: la crux della gnoseologia, irrimediabilmente sospesa tra empirismo e dualismo doxa-aletheia? L'inaccessibilità, o addirittura inesistenza, della verità? La necessità dell'accettazione?), lo spettatore è sbalzato in tutt'altro continente e epoca.

È nella Minneapolis degli anni Sessanta che vive Larry Gopkin, il serious man del titolo: professore di fisica, ebreo osservante irreprensibilmente retto e responsabile, fermamente convinto che il rispetto minuto dei precetti religiosi porti automaticamente a una quieta felicità. Ma la sua soddisfatta inerzia è sconquassata da una sciarada di disavventure, che lo costringe a uscire dall'apatia e iniziare una quête. Si rivolge infatti a dei rabbini, nel tentativo di disbrogliare l'imperscrutabile volontà di Hashem. Ne ricava solo banalità, opinabili soggettive o enigmi ancor più arcani.

Il vuoto di senso, al posto di colmarsi, si fa voragine, che inghiotte la 'favola bella' della vita perfetta, della meritocrazia, della giustizia, persino della possibilità di distinguere il bene dal male. Il principio di indeterminazione di Heisenberg, che campeggia sull'enorme lavagna martoriata dalla messe di calcoli del professore, mostra l'inadeguatezza di qualsiasi fede – religiosa o scientifica – nel risolvere il dubbio, nel concedere il conforto della certezza all'uomo, che rischia letteralmente di 'ammattire' (come Arthur, fratello del protagonista e autore di un elaborato sistema di calcolo delle probabilità) nel disperato tentativo di dominare il caso.

Il film non è tuttavia un manifesto di pacifico nichilismo: un'Entità superiore si impone eccome, magari in absentia o in anomia, ma soprattutto, nonostante i parossismi cromatici e l'assertività di un'estetica caricata, la consolazione di un pensiero comunque forte non è possibile. Il grottesco denuncia la miseria umana e fors'anche l'inutilità dell'accanimento conoscitivo. I fili narrativi, paratattici, inconclusi, germinanti altri abbozzi ipotetici, non coagulano in un intreccio vero e proprio, così come il trascorrere della vita non diventa discorso compiuto. Non ci sono risposte, solo domande.

 

Marica Romolini