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Rassegna Stampa

P. George Coyne – Il processo dei massimi sistemi

[da «Il Foglio», 29 maggio 2009]
 
 
VERSIONE ITALIANA
 
La così detta Commissione Galileo fu costituita da Giovanni Paolo II con una lettera del Cardinale Segretario di Stato, il 3 luglio 1981, ai membri della Commissione. Il 31 ottobre 1992, con una solenne udienza alla Pontificia Accademia delle Scienze, Giovanni Paolo II concluse il lavoro della I. L'allocuzione del Papa fu preceduta da quella del Cardinale Paul Poupard che, con una lettera del 4 maggio 1990, era stato invitato dal Cardinale Segretario di Stato a coordinare le fasi finali del lavoro della Commissione. Un'analisi di queste due allocuzioni rivela alcune inadeguatezze.

Il recente dettagliato rapporto sui documenti di archivio della Commissione Galileo di Artigas e Sànchez de Toca richiede una revisione dei precedenti giudizi su quelle inadeguatezze, incluso i miei. Vorrei innanzitutto riassumere quelle che sembrano essere le principali conclusioni da trarre dal rapporto sulla revisione dei documenti di archivio appena citato. Dai documenti di archivio risulta ora chiaro che, sebbene il Papa avesse espresso nel suo discorso del novembre 1979 il desiderio di studiare il caso Galileo, non avviò la fondazione della Commissione prima del febbraio 1981, con la richiesta di una proposta indirizzata all'allora Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, Padre Enrico di Rovasenda. La Commissione fu costituita poco dopo, nel luglio 1981. Risulta chiaro daì documenti d'archivio della Commissione che essa non funzionava come un'entità unificata permanente ma piuttosto come terreno di incontro e punto di collegamento peri vari sforzi individuali dei responsabili di sezione. Alla base delle inadeguatezze nelle conclusioni del lavoro della Commissione sembrano esservi alcune decisioni strategiche prese durante la durata in carica della Commissione. La più importante di queste fu la decisione di tenere un'udienza solenne invece di fare uno scambio di lettere tra il Papa e il Cardinale Poupard come capo del Pontificio Concilio della Cultura. Tali lettere avrebbero concluso il lavoro della Commissione e sarebbero state rese pubbliche. Dal momento che la Commissione non era giunta a delle nuove ed importanti conclusioni, la scelta migliore sarebbe stata forse una strategia di scambio di lettere. 

Fin dal primissimo incontro i diversi membri della Commissione espressero dei dubbi su quali nuove scoperte potessero essere rivelate e su quale effetto il lavoro della Commissione avrebbe potuto avere sulle relazioni della comunità scientifica con la Chiesa. Un'altra domanda non risolta riguardava il tipo di pubblico al quale la Commissione avrebbe dovuto rivolgersi. Al pubblico in generale? Agli scienziati? Agli studiosi galileiani? A tutti questi? 

Dai documenti d'archivio è possibile identificare almeno tre proposte di possibile conclusione dei lavori della Commissione: (1) un simposio sul tema: "La scienza, la fede e il futuro della Cultura," organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze e dal Pontificio Consiglio della Cultura; (2) un semplice scambio di lettere tra il Papa e il Cardinale Poupard nel quale si dichiarasse concluso il lavoro della Commissione; (3) un'udienza solenne alla Pontificia Accademia delle Scienze, ai Cardinali Curiali e al Corpo Diplomatico nel corso della quale il Papa rivolgerebbe un discorso di chiusura del lavoro della Commissione. La decisione di concludere il lavoro della Commissione con un discorso solenne del Papa, come sopra accennato, fu comunicata al Cardinale Poupard dall'allora Segretario di Stato, Cardinale Casaroli, con una lettera del 11 Ottobre 1990. Sembra che questa decisione fosse basata sulla volontà di coinvolgere un pubblico più vasto piuttosto che un gruppo ristretto di studiosi, ma di fatto spostò la responsabilità dalla Commissione al Papa. Si può ritenere infatti che, né il discorso del Papa, né quello del Cardinale Poupard-presentassero le conclusioni della Commissione, dato che la Commissione non aveva effettivamente tratto alcuna conclusione. 

I documenti d'archivi contengono varie bozze di proposte per il discorso del Papa, ma la preparazione della bozza definitiva con gli elementi principali da includere nel discorso Papale fu affidato al Cardinale Poupard. Il Cardinale consultò un gruppo di esperti: Padre Bernard Vinaty, O.P., filosofo della scienza; Monsignore Renato Dardozzi; Prof. Nicola Dallaporta; Monsignore Walter Brandmuiler, Padre Pierre-Noél Mayaud, S.J,, geofisico e curatore di un volume di commento su testi scritturistici a proposito della scienza nel 17° secolo; Padre Francois Russo, S.J., Consigliere del Centro Internazionale Cattolico per UNESCO. Di questi ultimi solo Monsignore Dardozzi, come successore al Padre di Rovasenda, era stato membro della Commissione. E' anche chiaro ora che il discorso del Papa si è appoggiato molto su una bozza di alcuni problemi preparata da Padre Vinaty e che non fu eseguita una consultazione più ampia di esperti.

Infine non sembra che il discorso Papale rifletta molte delle bozze preparate sotto la responsabilità del Cardinale Poupard. Si concentra piuttosto sulla discussione riguardo all'armonia tra la fede e la scienza.

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Da questo sommario dei risultati di uno studio sui documenti d'archivio, vorrei ora riesaminare la mia precedente valutazione della Commissione e specialmente delle allocuzioni di Giovanni Paolo II e del Cardinale Poupard che, a quanto sembra, portarono a termine il lavoro della Commissione.

Lo studio dei documenti d'archivio contribuisce molto a capire i vari intervalli di tempo nella cronologia delle attività della Commissione che, come ho notato, potrebbero portare a varie interpretazioni. E' ora evidente che tali intervalli possono essere tutti adeguatamente spiegati dalle delicate discussioni che hanno avuto luogo tra il Segretariato di Stato, il Pontificio Consiglio della Cultura, la Pontificia Accademia delle Scienze e, naturalmente, il Papa. 

Sebbene in precedenza io abbia approvato il giudizio che sembra esserci stato all'interno della Chiesa un ritiro dalla posizione presa nel 1979 e quella che nel 1992 concluse il lavoro della Commissione Galileo, la revisione dei documenti d'archivio non lo ammette. Come ho notato sopra, furono avanzate diverse proposte sul modo in cui portare a termine il lavoro della Commissione. La decisione strategica di farlo con un discorso del Papa ad un'udienza solenne, con il senno di poi, potrebbe non essere stata la scelta migliore, ma fu presa in buona fede. Una delle bozze del discorso Papale conteneva la seguente affermazione, che poi compare al termine del discorso del Cardinale Poupard: "E' in tale congiuntura storico-culturale, ben lontana dal nostro tempo, che i giudici di Galileo, incapaci di dissociare la fede da una cosmologia millenaria, erroneamente credettero che l'accettazione della rivoluzione copernicana, per altro non ancora definitivamente provata, fosse di natura tale da far vacillare la tradizione cattolica e che, pertanto, fosse loro dovere proibirne l'insegnamento. Questo errore di giudizio soggettivo, tanto evidente per noi oggi, li spinse a adottare una misura disciplinare per la quale Galileo 'ebbe molto a sóffrire'. Questi torti vanno riconosciuti con lealtà, come ha chiesto Lei, Beatissimo Padre".

Gli sbagli della Chiesa e le ragioni di questi sbagli vengono ammessi con chiarezza. Molto altro avrebbe potuto essere detto sulle persone coinvolte nello sbaglio, incluso i Papi, ma se teniamo conto delle inadeguatezze della Commissione e dell'affidabilità dei non-membri della Commissione, possiamo difficilmente considerarlo un ritiro. 

Precedentemente avevo criticato l'interpretazione della Lettera di Bellarmino a Foscarini come viene presentata tanto nel discorso del Cardinale Poupard quanto in quello del Papa. Dai documenti d'archivio risulta ora chiaro che queste errate interpretazioni sono dovute ad un'eccessiva dipendenza dal lavoro di P. Bernard Vinaty, O.P. La maggior parte dei studiosi sarebbe d'accordo con la posizione che Bellarmino fosse convinto che non ci sarebbe mai stata una prova del Copernicanesimo e che quindi non sarebbe mai stato necessario reinterpretare le scritture sul movimento del Sole. 

 

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Nella mia precedente critica ho parlato di quattro principali conclusioni presentate nei discorsi di chiusura che furono oggetto di critica da parte degli studiosi Galileiani, Erano il risultato di una riunione di tali studiosi, sponsorizzata dall'Osservatorio Vaticano a seguito delle conclusioni della Commissione e oggetto di riferimento nel rapporto sui documenti d'archivio. 

Le quattro conclusioni contestate sono: (1) Si dice che Galileo non avesse compreso che, in quel tempo, il Copernicanesimo era solo "ipotetico" e che non ne possedeva le prove scientifiche; avrebbe quindi tradito proprio i metodi della scienza moderna della quale era il fondatore; (2) si ritiene inoltre che, in quel tempo, i "teologi" non potevano comprendere correttamente le scritture; (3) si sostiene che il Cardinale Roberto Bellarmino avesse compreso che cosa era "veramente in gioco"; (4) quando si venne a conoscenza delle prove scientifiche del Copernicanesimo, la Chiesa si affrettò ad accettare il Copernicanesimo e ad ammettere implicitamente che aveva sbagliato a condannarlo. Ad eccezione del punto (3), che ho appena discusso, le critiche che ho già avanzato sulle altre tre conclusioni rimangono, io credo, ancora valide.

Nel caso Galileo i fatti storici sono che l'ulteriore ricerca sul sistema Copernicano fu proibita dal Decreto del 1616 e poi condannata nel 1633 dagli organi ufficiali della Chiesa con l'approvazione dei Pontefici regnanti. Galileo era un rinomato scienziato mondiale. La pubblicazione del suo "Sidereus Nuncius" gli conferì il ruolo di pioniere della scienza moderna. Aveva definitivamente rovesciato la controversia tolemaico-copernicana contro il lungamente sostenuto sistema tolemaico. L'evidenza dell'osservazione sfidava sempre di più la filosofia naturale aristotelica, che era il fondamento del geocentrismo. Anche qualora il Copernicanesimo venisse alla fine smentito, l'evidenza scientifica doveva essere comunque perseguita. Ad uno scienziato rinominato come Galileo in queste circostanze doveva essere consentito di continuare la sua ricerca. Questo gli fu proibito di fare dalle dichiarazioni ufficiali della Chiesa. E sta proprio qui la tragedia. 

 

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Può il caso Galileo, interpretato con accuratezza storica, offrire l'opportunità di pervenire a comprendere la relazione tra la cultura scientifica contemporanea e la cultura ereditata dalla religione? Nella tradizione cattolica sussiste quello che Blackwell chiama una "logica di autorità centralizzata" dovuta al fatto che la rivelazione deriva dalle Scritture e dalla tradizione che sono ufficialmente interpretati solo dalla Chiesa. L'autorità nella scienza, invece, deriva essenzialmente dall'evidenza empirica, che è il criterio definitivo della verità della teoria scientifica. Nel processo del 1616, Blackwell vede l'imputato come un'idea scientifica e l'autorità che condanna quell'idea come derivata dal decreto del Consiglio di Trento sull'interpretazione delle Scritture. Quali sarebbero state le conseguenze se, invece di esercitare la sua autorità in questo caso, la Chiesa avesse sospeso il giudizio? Ma, avendo già esercitato quell'autorità su un'idea scientifica, la Chiesa poi applicò quell'autorità all'ammonizione data da Bellarmino a Galileo nel 1616. Quell'ammonizione avrebbe giocato più tardi un ruolo chiave nella condanna di Galileo nel 1633 come "veementemente sospetto" di eresia.

Per l'opinione pubblica la Commissione fece senza dubbio molto per rispondere agli auspici di Giovanni Paolo Il espressi nel 1979: "Io auspico che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione, approfondiscano l'esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte questi provengano, rimuovano le diffidenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo". Tuttavia, per la comunità degli studiosi, un ulteriore studio del Caso Galileo, con particolare attenzione allo sviluppo della scienza e dell'epistemologia dopo 1633, sicuramente servirebbe sia alla Chiesa sia alla comunità degli scienziati. L'eccellente rapporto sui documenti d'archivio della Commissione lo suggerisce pure.

 

 

VERSIONE INGLESE

 

The so-called Galileo Commission was constituted on behalf of John Paul II by a letter of the Cardinal Secretary of State of July 3, 1981, to the members of the Commission.  On October 31, 1992, John Paul II in a solemn audience before the Pontifical Academy of Sciences brought to a closure the work of the Commission. The Pope’s address was preceded by that of Cardinal Paul Poupard who had been invited by the Cardinal Secretary of State by letter of May 4, 1990, to coordinate the final stages of the work of the Commission. An analysis of these two addresses reveals some inadequacies.

 

Report on the Galileo Commission Archives

 

The recent detailed report on the archives of the Galileo Commission by Artigas and Sánchez de Toca requires a revision of previous judgments on those inadequacies, including my own. I would first like to summarize what seem to be the principal conclusions to be drawn from the report on the review of the archives just mentioned.

 

It is now clear from the archives that, although the Pope expressed a desire for a study of the Galileo affair in his discourse of November 1979, he did not initiate a founding of the Commission until February 1981 with a request for a proposal directed to the then Chancellor of the Pontifical Academy of Science, Father Enrico di Rovasenda. The Commission was constituted soon thereafter, in July 1981. It becomes clear from the Commission archives that it did not function as a permanent unified entity but rather as a meeting grounds and collection point for various individual efforts of the section heads. Strategic decisions during the tenure of the Commission seem to be at the root of the inadequacies in the conclusions of the Commission’s work. The most important of these was the decision to hold a solemn audience rather than to have an exchange of letters between the Pope and Cardinal Poupard as head of the Pontifical Council for Culture.  Those letters would have concluded the Commission’s work and would have been made public. Since the Commission had not reached any new and important conclusions, the strategy of an exchange of letters would perhaps have been the better choice.

 

From its very first meeting several members of the Commission expressed misgivings as to what new findings could be uncovered and what effect the Commission’s work might have on the relationship of the scientific community to the Church. Another unresolved issue was the audience to which the Commission was to direct itself. To the public in general? To scientists? To Galileian scholars? To all of the above?

 

From the archives one can identify at least three possibilities proposed for concluding the Commission’s work: (1) a symposium  on the theme, “Science, Faith and the Future of Culture,??? organized by the Pontifical Academy of Sciences and the Pontifical Council for Culture; (2) a simple exchange of letters between the Pope and Cardinal Poupard in which the work of the Commission would be declared closed; (3) a solemn audience before the Pontifical Academy of Sciences, the Curial Cardinals and the Diplomatic Corps at which the Pope would give a discourse closing the Commission’s work. The decision to conclude the Commission’s work with a solemn discourse of the Pope, as mentioned above, was communicated to Cardinal Poupard by then Secretary of State, Cardinal Casaroli, by letter of 11 October 1990. It appears that this decision was based upon a desire to appeal to the wider public than to a restricted group of scholars but it, nonetheless, shifted the responsibility from the Commission to the Pope. In fact, neither the discourse of the Pope nor that of Cardinal Poupard can be said to present the conclusions of the Commission, since, in fact, there were no conclusions of the Commission.

 

The archives contain various draft proposals for the Papal discourse but the preparation of the ultimate draft of principal elements to be included in the proposed Papal discourse was entrusted to Cardinal Poupard. The Cardinal consulted with a group of experts: Father Bernard Vinaty, O.P., a philosopher of science; Monsignor Renato Dardozzi, already mentioned; Prof. Nicola Dallaporta, already mentioned; Monsignor Walter Brandmüller, already mentioned; Father Pierre-Noël Mayaud, S.J., a geophysicist and editor of a volume of comments on Scriptural texts relating to science in the 17th century; Father François Russo, S.J., Counsellor of the International Catholic Center for UNESCO. Of these only Monsignor Dardozzi, as successor to Father di Rovasenda, was a member of the Commission. It is also now clear that the discourse of the Pope relied heavily upon a draft of some issues prepared by Father Vinaty and that a wider consultation of experts was not carried out.

 

In the end the Papal discourse does not appear to reflect much of the drafts prepared under the responsibility of Cardinal Poupard. It rather concentrates on discussing the harmony between faith and science.

 

Reassessment

 

From this summary of the results from a study of the archives I would like now to reassess my previous evaluation of the Commission and especially the discourses of John Paul II and Cardinal Poupard which purportedly brought the work of the Commission to a close.

 

The study of the archives contributes a great deal to understanding the various intervals of time in the chronology of the proceedings of the Commission which, as I have noted, could lead one to various interpretations. It is now clear that those intervals can all be adequately explained by the delicate discussions taking place among the Secretariat of State, the Pontifical Council for Culture, the Pontifical Academy of Sciences and, of course, the Pope.

 

Although I had previously subscribed to the judgment that there appears to have been a retreat within the Church from the posture taken in 1979 and that which concluded the work of the Galileo Commission in 1992, the review of the archives does not support this. As noted above several proposals were made as to the manner in which to conclude the work of the Commission. The strategic decision to do so with a discourse by the Pope at a solemn audience may, by hindsight may not have been the best choice but it was made in good faith. One of the drafts for the Papal discourse contained the following statement, which eventually appears at the end of the discourse of Cardinal Poupard: "It is in that historical and cultural framework, far removed from our own times, that Galileo’s judges, incapable of dissociating faith from an age-old cosmology, believed, quite wrongly, that the adoption of the Copernican revolution, in fact not yet definitively proven, was such as to undermine Catholic tradition, and that it was their duty to forbid its being taught. This subjective error of judgment, so clear to us today, led them to a disciplinary measure from which Galileo “had much to suffer.??? These mistakes must be frankly recognized, as you, Holy Father, have requested".

 

The mistakes by the Church and the reasons for them are clearly admitted. Much else could have been said about the persons involved, including Popes, in making the mistake but, considering the inadequacies of the Commission and the reliance upon non-members of the Commission, we can hardly consider this to be a retreat.

 

I have previously criticized the interpretation of Bellarmine’s Letter to Foscarini as presented in both the discourse of Cardinal Poupard and that of the Pope. It is now clear from the archives that those erroneous interpretations are due to an excessive reliance on the work of Bernard Vinaty, O.P. Most scholars would agree with the position that Bellarmine was convinced that there would never be a proof of Copernicanism and, therefore, that it would never be necessary to reinterpret Scripture on the motion of the Sun.

 

In my previous critique I spoke of four principal conclusions presented in the closure discourses which were subject to criticism by Galileian scholars. These were the result of a meeting of such scholars, sponsored by the Vatican Observatory in the aftermath of the Commission’s conclusions and referred to in the report on the archives. The four debatable conclusions are: (1) Galileo is said not to have understood that, at that time, Copernicanism was only “hypothetical??? and that he did not have scientific proofs for it; thus he betrayed the very methods of modern science of which he was a founder; (2) it is further claimed that “theologians??? were not able, at that time, to correctly understand Scripture; (3) Cardinal Robert Bellarmine is said to have understood what was “really at stake???; (4) when scientific proofs for Copernicanism became known, the Church hastened to accept Copernicanism and to admit implicitly it erred in condemning it. Except for number 3, which I have just discussed, the critiques I have already given of the other three conclusions remain, I believe, still valid.

 

The Future

 

In the Galileo case the historical facts are that further research into the Copernican system was forbidden by the Decree of 1616 and then condemned in 1633 by official organs of the Church with the approbation of the reigning Pontiffs. Galileo was a renowned world scientist. The publication of his Sidereus Nuncius (The Starry Message) established his role as a pioneer of modern science. He had tilted the Copernican-Ptolemaic controversy decisively against the long-held Ptolemaic system. Observational evidence was increasingly challenging Aristotelian natural philosophy, which was the foundation of geocentrism. Even if Copernicanism in the end were proven wrong, the scientific evidence had to be pursued. A renowned scientist, such as Galileo, in those circumstances should have been allowed to continue his research. He was forbidden to do so by official declarations of the Church. There lies the tragedy.

 

Could the Galileo affair, interpreted with historical accuracy, provide an opportunity to come to understand the relationship of contemporary scientific culture and inherited religious culture? In the Catholic tradition there is what Blackwell calls a “logic of centralized authority??? required by the fact that revelation is derived from Scripture and tradition which are officially interpreted only by the Church. In contrast, authority in science is essentially derived from empirical evidence, which is the ultimate criterion of the veracity of scientific theory. In the trial of 1616 Blackwell sees the defendant to be a scientific idea and the authority which condemned that idea to be derived from the decree of the Council of Trent on the interpretation of Scripture. What would have been the consequences if, instead of exercising its authority in this case, the Church had suspended judgment? But, having already exercised that authority over a scientific idea, the Church then applied that authority in the admonition given by Bellarmine to Galileo in 1616. That admonition would go on later to play a key role in the condemnation of Galileo in 1633 as “vehemently suspect??? of heresy.

 

Before public opinion the Commission undoubtedly accomplished a great deal in responding to John Paul II’s wishes expressed in 1979: "I hope that theologians, scholars and historians, animated by a spirit of sincere collaboration, will study the Galileo case more deeply and, in a loyal recognition of wrongs from whatever side they come, will dispel the mistrust that still opposes, in many minds, a fruitful concord between science and faith, between the Church and the world".

 

However, before the community of scholars a further study of the Galileo Affair with special attention given to the development since 1633 of science and epistemology would surely serve both the Church and the community of scientists. The excellent report on the archives of the Commission suggest as much.


 

Georges Coyne