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Kagemusha – l'ombra del guerriero


Titolo: Kagemusha -l'ombra del guerriero
Nazionalità: Giappone
Durata: 179 min.
Sceneggiatura: Masato Hide, Akira Kurosawa
Fotografia: Takao Saito, Masaharu Ueda
Effetti:
Musiche: Shinichiro Ikebe
Cast:
Tatsuya Nakadai ... Shingen Takeda/Kagemusha
Tsutomu Yamazaki ... Nobukado Takeda
Kenichi Hagiwara ... Katsuyori Takeda Jinpachi Nezu ... Sohachiro Tsuchiya Hideji Otaki ... Masakage Yamagata
Daisuke Ryu ... Nobunaga Oda
Masayuki Yui ... Ieyasu Tokugawa

Giappone, 1573 d.C., epoca di grandi battaglie, di congiure e tradimenti, di repentini rovesciamenti politici. Takeda Shingen, possente signore della guerra, dopo aver conquistato vasti territori del Giappone centrale, attacca le fortezze che proteggono Kyoto, la capitale, meta ambita anche dai feudatari rivali Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu. Mortalmente ferito da un cecchino durante l’assedio del castello di Noda in Miyakawa, Shingen si fa promettere dai suoi generali che per tre anni terranno nascosta la notizia della propria morte, astenendosi da dichiarare guerra e badando solo a difendere i confini del feudo. Un sosia (kagemusha) di Shingen, un delinquente già condannato a morte per i suoi crimini, viene addestrato ad impersonare in tutte le situazioni pubbliche e private il defunto feudatario. L’uomo, inizialmente riluttante, finirà per immedesimarsi con il proprio ruolo: la copia diviene più convincente e credibile dello stesso originale, di cui condivide non solo l’aspetto ma doti stesse dello spirito.
Vincitore della Palma d’Oro a Cannes e di due premi Donetello (Miglior regista straniero e Miglior Produttore straniero) Kagemusha è forse il film di Kurosawa più immediatamente fruibile dal pubblico occidentale, presentando in sé una summa di elementi esotici facilmente identificabili dallo spettatore: guerrieri in armatura, stendardi al vento, dame paludate in kimono sfarzosi, giovani samurai imperturbabili pronti ad immolarsi per la salvezza del loro signore. Gli aspetti della storia più propriamente riflessivi o di critica sociale e politica risultano smorzati rispetto ad altre opere del regista nipponico, a favore di una indubbia spettacolarità delle scenografie, dei costumi e delle luci. Kurosawa usa la macchina da presa come un pennello per tratteggiare un affresco onirico della storia patria, dove tristezza e gioia, paura e sollievo, morte e vita sono simbolicamente raffigurate dal mutare delle luci e dei colori. L’astrazione raggiunge il suo apice nelle scene di battaglia, la cui tragica follia è simboleggiata dal repentino spostarsi delle truppe rosse, blu, verdi, nere, dai fumi colorati dei moschetti, dal bianco spettrale dei volti dei condottieri e dei caduti. Kurosawa descrive lo scontro di migliaia di guerrieri senza mai mostrarne le conseguenze realistiche di sangue e dolore, anzi, trasformando i caduti in manichini inerti, congelati nell’attimo di addio alla vita, affidando al rantolo silenzioso dei cavalli morenti il compito di testimoniare l’assurdità della guerra.


A cura di:
Ilaria Nannini

Note: Takeda Shingen, personaggio storico realmente esistito, era solito usare spesso il fratello Nobutsuna come sosia per ingannare i nemici e dare l’impressione di essere onnipresente. La stessa morte di Shingen è avvolta dall’ambiguità non sapendosi, ad oggi, se sia morto effettivamente per le ferite da fuoco o per malattia.