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Nazionalità: Senegal
Durata: 120 min.
Sceneggiatura: Ousmane Sembene
Fotografia: Dominique Gentil
Effetti:
Musiche: Boncana Naiga
Cast: Fatoumata Coulibaly, Maimouna Hélène Diarra, Salimata Traoré, Dominique Zeïda, Mah Compaoré, Aminata Dao, Stéphanie Nikiema, Mamissa Sanogo
A Djerisso, villaggio del Burkina Faso, sono i giorni della Salindé, l’escissione, antico rituale praticato su una buona parte del territorio africano, probabilmente di origine egizia e già attestato da Erodoto, benché oggi collegato per lo più alla tradizione islamica. Spaventate, quattro ragazzine fuggono, cercando rifugio da Collé Ardo, poiché gira voce che la donna si sia rifiutata di sottoporre la figlia al “rituale di purificazione???. Collé decide di accogliere le bambine e pratica il rituale del Moolaadé: finché non pronuncerà la parola di scioglimento nessuno potrà varcare la treccia di lana tesa attraverso la soglia dell’abitazione, o almeno non per portar via le ragazze.
Moolaadé, infatti, è il nome di un rituale legato al diritto d’asilo e, com’è ovvio nelle culture animiste, simboleggia assieme il diritto, il rituale e lo spirito che ne è protettore. Tutti gli abitanti del villaggio ne riconoscono il valore e ne temono la vendetta, dando così efficacia al rituale stesso: davanti ai nostri occhi scettici una convenzione sociale si concretizza in un oggetto e attraverso quello la volontà di un individuo viene rispettata come tale.
La vicenda si dipana attraverso la famiglia di Collé Ardo, dalla figlia alle altre due mogli, fino al marito e al consiglio degli anziani, per giungere a una coralità frequente nella cinematografia africana. Nel mezzo dell’Africa verde di pascoli e foreste che si estende a sud del Sahara, un villaggio, come sospeso nel tempo tra antichissime tradizioni e più recenti influenze islamiche, racconta il difficile ma promettente incontro col “nuovo???. Ousmane Sembene, regista senegalese infaticabile nonostante i suoi 82 anni, affida a tre personaggi la rappresentazione del nuovo che incombe: l’emigrante, portatore di ricchezza; la madre, che attraverso la radio scopre un diverso modo di vivere e interpretare la tradizione; il mercenario, un ambulante fuggito dall’assurdità delle missioni di pace, simbolo di quella modernità ambita e temuta.
Secondo capitolo di una trilogia dedicata agli “Eroi della quotidianità??? - a coloro che, in una terra devastata da fame, guerre, malattie e sfruttamenti di ogni genere, permettono alla comunità di non dissolversi, a volte addirittura di progredire - il film è stato concepito e girato in bambara, una delle tante lingue africane, per esser poi “distribuito??? villaggio per villaggio girando con un camioncino per la savana. Al centro del territorio sub-sahariano infatti, dove da secoli islamismo e animismo si fondono in una complessità di rituali e credenze attentamente tramandati di generazione in generazione, è dedicato Moolaadè, nel sogno di insegnare che ci può essere un’altra Africa. I dialoghi, i rapporti sociali, le figure femminili sono forti e attivi, evidenti sono le tensioni a cui ciascuno è sottoposto e gli escamotage escogitati per uscirne: ogni legge ha la sua deroga e la sua eccezione, o quanto meno la sua piccola violazione, finché questa resta invisibile. Sulla piazza, invece, la platealità ribadisce l’unicità necessaria: tutto è evidente, incluse le fazioni schierate su fronti opposti.
Sembene identifica l’Africa con la Madre, come buona parte delle religioni animiste, riscontrando nella devozione alla genitrice resti di matriarcato nel cuore dell’Islam; alla figura materna affida infatti il ruolo dominante ed eversore, raccontandone responsabilità e dolori, senza mai tradire lo spirito di speranza e il tono di commedia scelto. Con sorpresa, davanti ai nostri occhi non si consuma una tragedia, anche nei momenti più difficili, ma una rinascita, arricchita da quell’attitudine tutta africana a non mostrare mai la fonte del dolore.
Il villaggio, come espresso anche nel film, è stato scelto per via dell’architettura della moschea, ispirata alla forma del termitaio e quindi connessa alla termite che rappresenta lo spirito stesso del Moolaadé, quasi a ribadire in ogni inquadratura quanto il tema sia salvifico. Singolarmente Sembene si muove con libertà all’interno delle abitazioni, ma ne esplora la soglia con discrezione e reverenzialità, mentre la piazza e il consiglio alternano inquadrature diverse dando al tutto una venatura comica; il momento del rituale, poi, mai mostrato direttamente, e le sue dolorose conseguenze sono gli unici eventi che si negano alla luce abbagliante del sole, con inquadrature irregolari, “impure???.
Per la post-produzione, Sembene opera una scelta politica, rifiutando la possibilità di utilizzare i migliori studi francesi in favore di Rabat, in Egitto: «Vorrei dimostrare ai giovani filmakers africani che possiamo creare sul continente tutto quello che ci serve». In tempi di globalizzazione e di decentramento delle produzioni in qualsiasi settore sorprende la lucidità di certe scelte, tutt’altro che campanilistiche.
Ammirati davanti alla tenacia e alla lucidità di questo pioniere del cinema africano, costretto come i suoi colleghi alla consapevolezza che di cinema non si può vivere, ma pronto ad accettare qualsiasi lavoro per qualche metro di pellicola, ci godiamo questa rara occasione di incontrare un mondo ancestrale eppure reale, nella speranza e nell’attesa che giunga in Italia anche The Brotherhood of Rats, capitolo finale della trilogia.
a cura di:
Valeria Cicerone