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Il segreto di Esma


Nazionalità:Austria - Bosnia Erzegovina - Croazia - Germania
Durata: 90 min.
Sceneggiatura: Jasmila Zbanic
Fotografia: Christine A. Mayer
Effetti:
Musiche:
Cast: Mirjana Karanovic, Luna Mijovic, Leon Lucev, Kenan Catic
Sarajevo oggi è una città come tante, che tenta di omologarsi alla normalità delle altre città europee, in cui i ragazzini non possono prescindere dal cellulare e la sera si balla nei night club. Ma sotto la coltre di neve che nel film vediamo ricoprire ogni cosa, quasi un gentile oblio concesso dall’alto, emergono strade e case devastate, squallide e annichilenti. Questo contrasto è particolarmente forte a Grbavica, il quartiere che fu teatro degli orrori peggiori della guerra, sepolti dalla quotidianità ma sempre in agguato nei ricordi di chi li subì. Così, nella vita di Esma, dal viso dolce e rassicurante, emergono reminiscenze di una violenza intollerabile, squarci che rivelano la devastazione di un’anima che ormai sembra inesorabilmente perduta. Basta poco perché tutto crolli di nuovo per lei, perché la lacerazione appaia nuovamente irredimibile: basta un gesto volgare o un contrasto con la figlia adolescente. Sì, perché è proprio questa ragazzina a rappresentare il tormento e la speranza di Esma.
La giovane Sara del film è nata da uno “stupro etnico???, procedura comune ai tempi della guerra in Jugoslavia, quando circa 20.000 donne bosniache furono internate in campi di concentramento e costrette a generare bambini di sangue serbo. La regista, Jasmila Zbanic, al suo primo lungometraggio dopo un passato da documentarista, ha ritenuto fondamentale ricordare al mondo una tragedia dimenticata, riaprire la ferita e costringerci a vedere come le umiliazioni devastanti che persone comuni si sono ritrovate a subire non finiscano quando viene sancita la pace, ma continuino a squassarne le esistenze e a impedire loro di tornare alla tanto agognata normalità. La questione degli stupri sulle donne bosniache è particolarmente sconvolgente ed emblematica, soprattutto se pensiamo che i responsabili non sono mai stati puniti e che solo dopo l’uscita di questo film le donne coinvolte sono state riconosciute vittime di guerra.
La regista si discosta quindi dai toni onirici cui ci ha abituati Kusturica, il maggior esponente dell’attuale cinematografia slava, dal quale peraltro prende in prestito l’ottima protagonista, Mirjana Karanovic, e tenta una via che si avvicina molto di più al nostro neorealismo. Evitando di mostrarci direttamente la violenza, non cadendo mai nel morboso o nel compiaciuto, ci dà una lezione su come sia possibile sconvolgere e muovere le coscienze con l’allusione molto più che con l’esibizione.
Senza vederlo, noi sentiamo il passato di questa donna e la sua paura di un mondo con cui non può più comunicare. Ogni individuo che viene in contatto con la violenza, che la compia o la subisca, esce dal normale corso delle cose, si allontana inesorabilmente da coloro che non conoscono il male e quindi non parlano la sua lingua. Non è un caso che i soli individui con cui Esma riesce ad avere rapporti profondi siano quelli che portano addosso i segni del dolore: le amiche della fabbrica e un possibile amore conosciuto nel night club in cui lavora (il primo reale contatto sembra avvenire quando questi le racconta la sua strenua e grottesca ricerca del cadavere del padre).
Ma c’è un'altra speranza nell’esistenza di Esma, che è proprio quella figlia nata dalla violenza, quella piccola vita, così graziosa e innocente, sbocciata dal più profondo abisso. È possibile amare questo frutto dell’orrore? Sì, ma è un amore contaminato, sporco, che sfocia spesso in atteggiamenti violenti perché è nella violenza che è nato. E la sola via per la purezza, come noto, è la catarsi, con lo strazio e le lacrime che si porta dietro. Tramite il confronto vero e finalmente pulito può rinascere la vita, in questo caso rappresentata anche dalla femminilità: di una donna che aveva imparato a odiare gli uomini e il proprio corpo e di una ragazzina in quell’età in cui si è per natura in sospeso fra l’indefinitezza infantile e i primi fremiti di donna. Madre e figlia dovranno fare i conti con il proprio passato, affrontarlo a viso aperto e andare, faticosamente, avanti: Esma imparerà il conforto del racconto e Sara compirà un gesto dalla simbologia ascetica, negando quella parte del suo essere donna che la tiene avvinta all’umiliazione. Solo a quel punto si ripristinerà un reale futuro, per questi personaggi così come per un paese, che deve ricordare e solo così ritrovare una normalità pulita e viva.
a cura di:
Giulia Galeazzi