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Agente Lemmy Caution – missione Alphaville


Titolo: (Agente Lemmy Caution, missione Alphaville)
Titolo originale: Alphaville, une ?trange aventure de Lemmy Caution
Anno: 1965
Regia di: Jean-Luc Godard/td>
Nazionalità: Francia/Italia
Durata: 99'

Sceneggiatura:
Fotografia:
Effetti: F
Musiche:
Contatti:
Cast:


Indirizzo sito ufficiale :

Note/Curiosità:
Disponibile anche in
ALPHAVILLE


di Jean-Luc Godard

1965. Siamo negli anni dell’esplosione del fenomeno James Bond e il mondo del cinema comincia a pullulare di agenti segreti che diventano parodie o ricalchi ironico-intellettuali del personaggio interpretato da Sean Connery. E’ questo il caso dell’eroe di Alphaville e cioè Lemmy Caution dei romanzi hard boiler di Peter Cheyney, che Eddie Constantine aveva portato sullo schermo in popolari film degli anni Cinquanta. Il gesto parodico di Godard è semplice nella sua radicalità: mandare un personaggio del passato nel futuro, fare di un cow-boy metropolitano il protagonista di un’avventura di fantascienza. Un genere che ha illustri padri francesi come Verne e M?liès, e ha molti cultori anche nella Nouvelle vague, da Truffaut (girerà Fahrenheit 451 l’anno successivo) a Pierre Kast, da Doniol-Valcroze a Resnais.
Alphaville doveva inizialmente intitolarsi Tarzan contro IBM, a sottolinearne maggiormente quel contrasto tra vecchio e nuovo, fra emozione e razionalità astratta, che non è solo il tema del film, ma anche il dispositivo formale che consente a Godard di moltiplicare invenzioni, citazioni ed idee visive sempre molto brillanti e mai banali. Il principio della semplicità giuda anche la scelta che fa da cornice ad ogni scena e situazione: Alphaville, questa fantomatica città del futuro, altro non è che la familiarissima Parigi, inquadrata magari nei suoi edifici più moderni ed avveniristici, ma che conserva tutta la sua quotidianità e segretezza, a cominciare proprio dagli abiti indossati e dagli oggetti usati dai suoi abitanti. Parigi diventa allora capitale del dolore, giacch? la fantascienza godardiana vuole dare un giudizio anche sul presente (e forse anche sul passato). Infatti gli elementi nostalgici e romantici del film (dalla fuga finale in auto, ai valzer musicali che accompagnano le apparizioni di Natacha alla scena “noir” dell’hotel di Henry Dickson) contrastano solo formalmente con le linee geometriche degli edifici, le luci, la composizione astratta dei bianchi e neri. In una città in cui tutti hanno una doppia identità, l’unica sola differenza è quella della “sostanza” cinematografica. Alphaville infatti, al di là di ogni contrapposizione tra ragioni e sentimenti, tra uomini e computer, rappresenta soprattutto una ricerca sulla materia base del cinema, la luce ed il suono, e annuncia una stagione in cui questi elementi saranno i veri protagonisti della cinematografia di Godard.
Fin dalle prime inquadrature, è tutto un pullulare di stimoli fonico-visivi: lampadine, spie di segnalazione, neon, flash intermittenti variano continuamente le ombre e le forme. Anche le voci e le parole diventano una pura sostanza fonica. Persino le numerose citazioni sono affidate ad una recitazione meccanica, naturalmente “straniata” di Eddie Constantine o alla metallica voce roca di Alpha 60. Questa è la voce vera (e non campionata!) di un uomo che aveva avuto le corde vocali lesionate in guerra; una voce angosciosa e sofferente. Come a dire, anche i computer possono essere eroi romantici.

A cura di Marco Luceri