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I misteri di un' anima

Titolo: I misteri di un' anima
Titolo originale: Geheimnisse einer Seele
Anno: 1926
Regia di: Georg Wilhelm Pabst/td>
Nazionalità: Germania
Durata: 71 min.

Sceneggiatura: Christian Ross, Helmut Neumann con la consulenza di H. Sachs e K. Abraham
Fotografia: G. Seeber, R. Lach, K. Oertel
Effetti: F
Musiche:
Contatti:
Cast:
Werner Krauss, Ruth Weyher, Pavel Pawlov

Indirizzo sito ufficiale :

Note/Curiosità:
Disponibile anche in
La nevrosi affiorante del personaggio di Marie (Greta Garbo), protagonista de “La via senza gioia??? (1925), diventa l’anno successivo un vero e proprio tour de force psicanalitico, esasperata autoanalisi indiretta di un autore, Pabst, che, attraverso il portavoce di comodo di un personaggio fittizio, cerca di determinare la propria individuale sintesi risolutiva.
All’origine di questo caso clinico di dissociazione troviamo gli elementi costitutivi del triangolo borghese dove l’amante è tale solo nell’immaginazione del coniuge che vuole convincersi di essere tradito per espiare l’oscuro senso di colpa di cui si è reso consapevole un mattino. Quel mattino e quell’episodio che aprono il film.
Più che a Freud, comunque, alle cui argomentazioni il film si ispirò (furono scritturati come consulenti alla sceneggiatura due giovani allievi del padre della psicanalisi), la parabola pabstiana della lotta per la grazia, ovvero della riconquista dello spirito, si riallaccia retrospettivamente al tema faustiano (costante caratteristica della cultura e dunque del cinema tedesco) del dissidio tra prassi e idealismo. Ma, soprattutto, involontariamente annuncia l’antipsicanalisi lacaniana, introducendo il tema della mozione sospesa (che il film esplicita negli effetti ritardanti il manifestarsi vero e proprio della nevrosi).
L’audacia degli accostamenti e la disinvoltura con cui sono trattati i capisaldi della teoria freudiana (manipolati a esclusivo vantaggio dell’efficacia inedita di un’angolazione o di un effetto a sorpresa) irritarono lo stesso Freud, che definì l’operazione come un attacco indiscriminato alle stesse istituzioni scientifiche che, nelle intenzioni, Pabst pretendeva di tutelare.
Effettivamente il regista prendeva le mosse dalla rivoluzione scientifica più importante del ventesimo secolo, ma le sue ambizioni andavano ben oltre una pedissequa confezione della lezione freudiana. Non gli interessa, nella sostanza, tradurre banalmente sullo schermo un documento “letterario??? o tracciarne una variazione cinematografica. A somiglianza di ciò che i surrealisti identificheranno come la natura seconda dell’immagine (si pensi ad esempio a “L’age d’or??? di Buñuel o a “Le sang d’un poète??? di Cocteau), voleva esprimere, pur restando nei limiti della rappresentazione realistica di un Kammerspiel a lieto fine, la complessità morfologica dell’itinerario. Rendere ragione attraverso l’immagine del continuo fliure di sensazioni che, come in un arabesco di segni di ignoti alfabeti, tagliano, s’intersecano, accerchiano la tavola dello schermo. “I misteri di un’anima??? è proprio una magnifica esposizione dei tormenti della carne e delle torture della colpa per confondere i piani dello stato ipnotico e dello stato di veglia.
Ne è un chiaro esempio la scena forse più significativa del film, in cui Matthias “vede??? (in un movimento epifanico alla Joyce, si veda l’episodio di Molly Bloom nell’ “Ulisse???), nel proprio incessante vegliare ad occhi aperti a guardia dell’insondabili profondità dell’io, l’immagine radiosa della moglie, che invano cerca di scacciare dal quadro vibrando colpi all’impazzata con una sciabola. Subito dopo il nuovo tentativo di omicidio, dietro le finestre sbarrate di un reclusorio. E’ singolare la concatenazione in due momenti successivi l’uno all’altro e tra di essi complementari, con la Moglie che appare come immagine idealizzata della femminilità; la donna infatti indossa un leggero abito vaporoso i cui veli si sollevano per ricadere su un corpo fluttuante da danzatrice: il gesto aggraziato delle mani, delle gambe, delle lunghe braccia sembra disporsi in conformità a un disegno precostituito, simile alla gestualità della danza libera teorizzata nel decennio precedente da Isadora Duncan.
L’aggressione diventa quindi necessaria e conseguente alla provocazione. Dopo il tentativo maschile di cancellare dal mondo il rinnovato mito neopagnao delle Femminilità Trionfante. Krauss/Matthias, caduto in balia delle forze dell’annullamento, è ancora respinto: come un miserabile voyer (o forse un assassino), il Marito esamina attraverso la finestrella schermata del laboratorio i fantasmi che ha voluto evocare.
Matthias alla fine riesce, dopo le sedute psicanalitiche, a superare il trauma, con le inquadrature che ce lo presentano in quadro idilliaco da miserevole realtà piccoloborghese, finalmente simile tra i suoi simili. Il sorriso del suo neonato lo allieta, la Moglie lo ossequia. Questo finale, forse troppo retorico, finisce per apporre un beneficio del dubbio all’universo pabstiano, come spesso è successo nella carriera del regista tedesco, un auore che ha girato i suoi capolavori quando si è prudentemente tenuto lontano da forti condizionamenti ideologici.

a cura di:
Marco Luceri