Home   Cinema    Film Database    Repulsione

Cinema

Film Database

Repulsione

Titolo: Repulsione
Titolo originale: Repulsion
Anno: 1965
Regia di: Roman Polanski/td>
Nazionalità: Gran Bretagna
Durata: 105 min.

Sceneggiatura: Gerard Brach, Roman Polanski
Fotografia: Gilbert Taylor
Effetti: F
Musiche: Chico Hamilton
Contatti:
Cast:
Catherine Deneuve, Ian Hendry, John Fraser

Indirizzo sito ufficiale :

Note/Curiosità:
Disponibile anche in
Guardando e rileggendo questa pellicola del giovane Polanski torna in mente una frase che Truffaut pronunciò nel tessere le lodi del capolavoro “Gli uccelli??? di Hitchcock: « La paura è un’emozione nobile e può essere una cosa nobile fare paura. È nobile confessare che si ha paura e che ciò ha procurato piacere.??? E aggiungeva, sempre a proposito del film, che non era stato perdonato a Hitchcock di averci voluto spaventare e soprattutto di esserci riuscito.
Solo due anni più tardi il lavoro di un semiesordiente regista polacco meriterà gli stessi “rimproveri???. In Repulsion viene trasposta in immagini cinematografiche l’angosciante esperienza di Carol (Catherine Deneuve), giovane estetista della Londra degli anni sessanta. I modi di un realismo intimista in cui si snoda la prima parte del film ci permettono di dare uno sguardo al grigiore della vita di tutti i giorni di questa giovane ragazza: la convivenza con la sorella più grande e l’insofferenza nei confronti dell’uomo di lei, le fastidiose avances maschili e le disgustose chiacchiere con le clienti del centro estetico dove Carol lavora, fanatiche del lift e del peeling. Ma la ciclicità di questa vita non ha alcunch? di rassicurante, di familiare: non veniamo messi a confronto con alcuna situazione identificabile e perciò tranquillizzante. Polanski si accontenta di svelare con precauzione i segni ai quali, al momento opportuno, darà un senso. Come il personaggio di Carol, il film è ancora vuoto, caricato di un potenziale di terrore che non tarderà a manifestarsi, ma del quale è impossibile anticipare la forma fisica. La brezza che solleva i capelli biondissimi, ariosi di Catherine Deneuve, i primissimi piani sul suo volto, il suo incedere, i suoni e le immagini della strada non fanno altro che incrementare il nostro disagio e funzionano da presagio al climax drammatico in cui sprofonda la seconda parte del film. La partenza per un viaggio di piacere in Italia della sorella e del suo uomo rappresenterà il definitivo punto di non ritorno per “la mente??? della giovane. Adesso la macchina da presa di Polanski si rinchiude fra quattro mura: dalla gabbia dell'ascensore, simbolo della clausura che ci aspetta, entriamo nelle stanze, strisciamo all'altezza dei pavimenti, scivoliamo lungo le pareti alla ricerca dei segni della nevrosi.
E’ cinema sul terrore e sull’arte del terrore e ogni umana sicurezza va perduta. Quale sia l’origine di tale delirio psicologico non è dato saperlo. Il regista ci suggerisce qualche strumento (forse un’esperienza di stupro?) ma non sembra interessato nell’approfondire tale aspetto: non importa il perch? ma come l’intera vicenda destabilizzi la nostra percezione della realtà. Qui il sovrannaturale è assente, resta l'inferno del sentire e della solitudine. Ma è effettivamente in questa chiave, e non in quella "splatter" che Polanski ha sempre fotografato la paura. La follia, l'instablità della mente e delle sue emozioni, fanno molta più paura di un facile terrore identificato nell’impermeabile nero di un maniaco o in una maschera orrorifica creata in computer grafica. La carica espressiva di bergmaniana memoria con cui vengono descritti e “dipinti??? gli oggetti non fa altro che dischiudere l'orrore che celiamo dentro: le falle che improvvise si aprono nei muri, le crepe nei marciapiedi, il lungo silenzio dell'orologio sono corpi in mutazione, proiezione della paura di noi stessi. La pazzia per Polanski fa paura innanzitutto perch? rappresenta la perdita di ogni più banale e scontata certezza. Questo stesso vuoto trasuda dalla foto finale che ritrae Carol da bambina, l’unico sguardo che non fissa l’obbiettivo del fotografo…

a cura di:
Filippo Lazzerini