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Un uomo da marciapiede

Titolo: Un uomo da marciapiede
Titolo originale: Midnight Cowboy
Anno: 1969
Regia di: John Schlesinger
Nazionalità: USA
Durata: 104 min.

Sceneggiatura: Waldo Salt
Fotografia: Adam Holender
Effetti: F
Musiche: John Barry
Jon Voight, Dustin Hoffman

“Un uomo da marciapiede??? è forse il più grande capolavoro di John Schlesinger, regista londinese che mai nella sua lunga carriera ha considerato Hollywood (in quanto simbolo del suo “trasferimento???) come un obbiettivo finale, una meta da raggiungere o un sistema cinematografico compatto, un linguaggio definito cui assuefarsi, bensì solamente come un mezzo collaudato attraverso cui far passare i propri progetti. Questo film è infatti un prodotto schlesingeriano fin dalle prime sfumature, ed insieme una buona palestra per applicare all’America il proprio cuore britannico.

Joe Buck, il giovane protagonista che parte alla volta di New York, lasciandosi alle spalle uno squallido lavoro di lavapiatti in un drive-in del Texas, ha sangue inglese nelle vene, nel senso che il “cowboy di mezzanotte??? che va alla conquista della metropoli, inseguendo un sogno di successo, soldi, belle donne e lusso, ha molto in comune, invece con l’umanità tipicamente rappresentata da Schlesinger. Il regista inglese infatti descrive ancora una volta il tema delle sue anime perdute alla ricerca di appagamento di fronte alla solitudine, un isolamento prodotto dall’autoinganno o dalla fantasia; ed intensificato dall’incapacità di comunicare. Schlesinger ritorna cioè ai suoi paesaggi urbani da incubo, questa volta, però, in America: la 42esima strada è un equivalente della Waterloo Station di “Terminus???: raggruppa una massa di umanità da studiare, la più solitaria, la più sbandata immaginabile.
Joe vive sostanzialmente un’esperienza di “scarto???, senza prospettive, incompiuta, e priva di gratificazioni; progetta di fuggirsene nella grande città a fare fortuna, a diventare qualcuno e alimenta da s? questa ingannevole illusione. E’ un’anima in pena, un dannato, un looser che si ricongiunge agli altri del purgatorio schlesingeriano: per raggiungere l’obiettivo che si prefigge, è dotato di attributi virili, di avvenenza fisica, teorizza la messa in vendita del proprio corpo in funzione arrivistica. Tuttavia troverà soltanto miseria, cinismo, disperazione e sconfitte, senza neppure essere riuscito a percorrere fino in fondo “la strada dei quartieri alti???.
Qui, la New York degli anni Settanta, metropoli moderna, spersonalizzante, frenetica e spietata è un ambiente in cui trovano asilo tutte le pene, tutte le perversioni, la solitudine, la confusione, la perdita. Uno spazio caratterizzato, reale, colto nella propria immediatezza e autenticità, fotografato con il solito acume, vivisezionato, non un’idea di città, non un simbolo o un archetipo. New York, non un luogo affollato e contemporaneo qualsiasi. Il “realismo??? di Schlesinger ha bisogno, anche qui in America, di strade, di palazzi, grattacieli, quartieri, riconoscibili, veri, tipici: la 42esima strada, la 5th Avenue, le vetrine di Tiffany, gli angoli sordidi della città “bassa???.
In questo scenario Joe incontra Rizzo, un italo americano claudicante e tubercolotico che desidera solo una cosa nella vita, trasferirsi in Florida, dove il sole e il mare gli potrebbero restituire la salute perduta. Essi diventano così, per il regista, un “campionario???: due individualità messe in relazione fra loro, ritagliate tra le innumerevoli:figure che popolano il viavai cittadino, un nucleo esistenziale da indagare e sperimentare. L’amicizia, conquistata a caro prezzo, dopo una serie di piccole truffe, di imbrogli, di sganciamenti reciproci, acquista un po’ alla volta, sequenza dopo sequenza, le caratteristiche di un sentimento di protezione prima e di amore poi, da parte di Joe nei confronti di Rizzo, un rapporto molto più intenso di una semplice comunione emotiva e amicale.

a cura di Marco Luceri