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Città amara

Titolo: Città amara
Titolo originale: Fat city
Anno: 1972
Regia di: John Huston
Nazionalità: USA
Durata: 96 min.

Sceneggiatura: Leonard Gardner
Fotografia: Conrad L. Hall
Effetti: FPaul Stewart
Musiche: Marvin Hamlisch
Contatti:
Cast:
Art Aragon, Jeff Bridges, Candy Clark

Indirizzo sito ufficiale :

Note/Curiosità:
Disponibile anche in
Tratto da un romanzo di Leonard Gardner, che firma anche la sceneggiatura, “Città amara??? ci offre un ritratto della suburra di Stockton, la povera cittadina californiana in cui si incontrano le strade dei due protagonisti.
Tully è un pugile fallito (uno straordinario Stacy Keach),che incontra per caso Ernie (Jeff Bridges),un ragazzo giovane, pieno di energie, cui la vita sembra promettere quanto a lui non ha mantenuto. Lo prende così sotto la sua protezione introducendolo nel mondo del pugilato.
Bastano poche immagini a renderci l’ambiente in cui vivono ed agiscono: rari squarci di case, di vie, di fetidi bar, di juke box consumati dall’uso, di piselli in scatola rovesciati sul piatto a tiepida cottura. Sangue e sudore si alternano tra i ring e il lavoro nei campi. Il titolo originario Fat City – che in slang americano significa Eldorado – suona come una beffa impietosa nei confronti di chi ha il proprio destino già iscritto nella storia degli uomini mediocri.
Tully ed Ernie sono simboli della decadenza di una società che vede i suoi membri più giovani cadere come mele scosse dall’albero della quotidiana lotta alla sopravvivenza, che non trova più neanche i conforti delle relazioni intime e dove i valori sacri alla maggioranza : la famiglia, il lavoro, perfino il pasto, vengono non tanto dissacrati, ( a questo ormai si sono tutti abituati ) ma ignorati.
Huston è stato più volte paragonato ad Hemingway proprio per la sua tendenza al vagabondaggio professionale non meno che nella vita privata: militare di carriera, giornalista è stato anche boxeur. La sua poetica è quella della realtà come gli si è sempre presentata davanti agli occhi anche se qui il mondo del pugilato non è in fondo una presenza determinante. E’ parte di un tutto che è già sbagliato per conto proprio, che può provocare solo una catena di eventi sconquassati.
In questo senso non è neppure un film sportivo, ma un grosso affresco dove la società intorno è già morta, dove non si può più credere che la famiglia o il tepore della casa possano essere l’antidoto alla dissolutezza della vita consociata.
Bianchi, neri , messicani: non ci sono divisioni razziali o di altro tipo sul ring di una vita che è segno di uno scacco esistenziale, nonch? sociale e affettivo. In fondo sono solo anime semplici che abbisognano di qualcuno che “conti su di loro???. Uomini orbati di ogni speranza in un futuro, afflosciati sulle proprie esistenze così come, in scatole di cartone, lo sono i loro indumenti, pelli di suburbani San Bartolomei.
La frase di Godard: “L’immagine non è bella in s?, è bella perch? esprime il vero??? descrive bene la visione hustoniana del mezzo-cinema che qui dipinge un ritratto di vinti ,emarginati, alcolizzati, esaltato dalla straordinaria fotografia di Conrad Hall che riesce a trasmettere l’inquietudine crepuscolare che compenetra tutta la vicenda; non è però angoscia esistenziale. N? Tully, n? Ernie sono divorati da problemi metafisici; sono persone che si lasciano vivere perch? la società entro la quale sono immersi non concede loro alternative di altro tipo.
Ma Huston non drammatizza con il pianto il senso della sconfitta. Ciò che risulta essenziale è vedere come l’uomo (sia Tully sia Ernie, due misure generazionali dello stesso fallimento) reagisca a ciò che gli sta intorno, all’ insostenibile pesantezza del “non essere???. Sembra quasi che lo sguardo fisso di Tully che in un istante comprende l’ineluttabilità della vecchiaia e la deriva della sua intera vita compendi la domanda “Per chi suona la campana???? e l’inesorabile risposta “La campana suona anche per te!???.

a cura di:
Leonardo Paroli