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Ordet – La parola


Titolo: Ordet
Nazionalità: DNK
Durata:124 min
Sceneggiatura:Carl Theodor Dreyer
Fotografia:Henning Bendtsen
Effetti:
Musiche: Poul Schierbeck, Sylvia Schierbeck
Cast:
Henrik Malberg; Emil Hass; Christensen Preben; Lerdoff Rye

Note/Curiosità:
LEONE D'ORO ALLA MOSTRA DI VENEZIA DEL 1955.
Hanno partecipato alla realizzazione del film i pescatori e i contadini del distretto di Vederso. Il testo di Munk era gi stato portato sullo schermo in Svezia da Gustav Molander nel 1943.

Il sogno di una vita, portare sullo schermo la vita di Gesù di Nazareth seguendo i testi evangelici, il regista danese Carl Th. Dreyer (1889-1968) non potè mai realizzarlo. Si dovette accontentare di tradurre, in forma di austera parabola, proprio quella di Kaj Munk, "Ordet - La parola", che lo aveva folgorato a Copenaghen nel settembre del 1932 e gli aveva suggerito l'idea di una biografia del Cristo in bianco e nero. Quando, venti anni più tardi, si accinse a sceneggiare e a girare il dramma di Munk, della figura di Gesù era rimasto soltanto il simulacro nel personaggio Johannes, sedicente profeta, che sulle dune accarezzate dal vento e dalle panoramiche solenni di Dreyer predica davanti a una folla immaginaria e sotto gli occhi sgomenti del vecchio padre e del fratello che lo cercano nella notte: "Guai a voi, ipocriti, guai a voi che non credete in me". Uno studente di teologia toccato nel senno per il troppo studio di Soren Kierkegaard, l'angosciato cantore dell'esistenzialismo cristiano, o un veggente dal cuore puro?
Intorno a questo folle di Dio che attraversa la scena come in stato di trance, Dreyer costruisce la sua densa metafora acuendo i contrasti anche cromatici fra la luce e l'ombra, la vita e la morte, la scienza e la religione, la fede e il dubbio. In uno spazio senza tempo e senza chiarori la costa e le campagne dello Jùtland danese intraviste nei rari esterni sembra gravare un'apatia morale e religiosa che si insinua nei gesti e nei riti quotidiani osservati dallo sguardo fermo del regista. Il patriarca Morten Borgen, proprietario terriero, sembra soprattutto aspettare un nipote maschio per trasmettere la roba e in lite con il sarto Peter per questioni dintolleranza settaria nega al figlio minore Anders la possibilità e quindi la libera scelta di sposare Anna, figlia del sarto; il figlio maggiore Mikkel, che da tempo ha perso la fede, vive la propria aridità senza lacrime anche di fronte alla perdita del figlioletto e alla morte presunta della moglie Inger; il dottore laico crede solo ai miracoli comprovati della scienza; il pastore, scettico e freddo, si aggira nel vuoto delle vecchie formule liturgiche.
Soltanto Johannes, allora, esaltato dal proprio invasamento, che riesce a vedere oltre l'apparenza, è quello che gli altri non vedono: il messaggero con la falce e la clessidra che arresta il tempo mortale della donna come la mano distratta di Mikkel ferma il pendolo nel salotto. Soltanto Johannes che attinge in sè la forza della fede, negli altri tiepida o assente, per restituire il respiro a Inger con il potere taumaturgico della parola. Ed è soltanto la piccola Maren, nel candore dell'infanzia, a credere e a spingere lo zio a compiere il miracolo con la luminosità di un sorriso. Il folle e la bambina come nel Bergman del "Settimo sigillo" - sono gli esseri che riportano con naturalezza la resurrezione della carne là dove una malintesa e astratta idea religiosa aveva seminato la pulsione di morte, il tormento, il dies irae. Nel suo film apparentemente più confessionale, il maestro danese ha saputo trasmettere, con una messa in scena rigorosa e scarna, un messaggio d'amore terreno che resta bagaglio essenziale dell'uomo di ogni tempo.
A cura di
Giovanni Maria Rossi