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solaris
Nazionalità: U.R.S.S.
Durata: 165 min.
Sceneggiatura: Andrej Tarkovskj, Fridrich Gorenshtein
Fotografia: Vadim Yusov
Effetti: FV. Sevostjanov, A. Klimenko, Mosfilm F/X Unit
Musiche: Eduard Artemyev, Vyacheslav Ovchinnikov

Cast:

Natalia Bondarciuk, Donats Banionis, Yuri Charvet

L'odissea spaziale di Andrei Tarkovskj arriva nel '72, quattro anni dopo quella celebre di Stanley Kubrick (Odissea nello spazio, appunto), ma le somiglia solo nell'impianto esteriore: il drammatico viaggio degli astronauti. Per il resto, una certa inferiorità tecnologica, propria della produzione sovietica rispetto al fulgore di quella hollywoodiana, viene ampiamente compensata dalla meditazione umanistica di Solaris, dal suo vigore onirico, poetico e simbolicamente allucinatorio.
Anche Tarkovskj, come Kubrick, manda in scena un disastro spaziale, ma non tanto per fare spettacolo, quanto per meditare sulla fallibilità dell'homo tecnologicus, che si salva l'anima solo recuperando le sue capacità emotive. Sull'orlo dell'abisso stellare, riemergono nel viaggiatore due entità redentrici: la Memoria e la Coscienza. Accade solo dopo che l'astronave, parcheggiata nel vuoto di fronte al pianeta Solaris il quale la bombarda di raggi (si bombardano a vicenda, ma le radiazioni che vengono da l fuori paiono più intelligenti che non quelle partite da dentro), viene invasa d fantasmi che riconducono il protagonista Kelvin alle sue colpe passate: la fidanzata suicida rinasce nella navicella e poi rimuore per meglio affondare il dito nella piaga.
E' tutto un itinerarium mentis nel dolore come accesso al passato per ritrovare la verità. Si potrebbe affermare che Kelvin compia, in cospetto della morte (o dell'Infinito?), una perfetta auto analisi. Infatti in lui risuscita, al termine di un viaggio ormai più magico che tecnologico, l'immagine arcana e felice del genitore: figura nella quale si annida il classico Edipo freudiano. E quell'ombra parentale apre in extremis, al navigatore sperduto, l'approdo consolante sul quale Solaris si chiude, quando Kelvin, precipitando nel nulla oppure mettendo piede nell'Essere, riscopre in un'isoletta paradisiaca la casa paterna con gli antichi alberi: la casa della purezza e della verità.
In proposito, ascoltiamo Tarkovskj in un'intervista del '75: "La verità, se vogliamo, nessuno la conosce. L'arte comunque ha il diritto di fissare questa verità anche in una forma che non sia completamente chiara. E aggiunge, in relazione alla nostra epoca: "Il rapporto fra l'artista e l'arte quello di un padre verso una figlia che ha perduto il suo onore". Infine: "Il Tempo impresso nelle sue manifestazioni formali: questa per me l'arte del film."
E' dunque chiaro: sulla forma mitica dell'arte non si può, nè si deve indagare fino in fondo; intanto lui, Tarkovskj, lavora per restituire all'arte sovietica, figlia rimasta senza onore, la dignità perduta. E' il Tempo, con le sue sfaccettature, ad occupare l'impegno dell'artista. Tarkovskj lo dimostrerà ancora, di lì a poco, ne Lo specchio (1974), altro suo film ammirevole, dove riprender il tema genitoriale, evocando con straziante forza testimoniale la figura amata, intensa e drammatica di sua madre. Vi ritrarrà pure se stesso, bambino travagliato dalla storia dell'epoca.
Nella Russia di allora, la rivoluzione etica e poetica di Tarkovskj postulava la riconsacrazione delle antiche radici prepolitiche. Fu per questo che la censura di Mosca non mancò di tormentarlo. Ma che dire della censura commerciale in occidente? Solaris, visto a Cannes, durava 115 minuti, ma la versione doppiata che se ne ricavò in Italia perse per strada una vasta parte del metraggio. La vicenda, ridotta all'osso, manca tuttora di alcuni fra gli episodi più ricchi stilisticamente e concettualmente.
Tarkovskj dovette averci perdonato quella manomissione quando poi scelse, come terra di esilio, l'Italia, dove realizzò Nostalghia sotto il dominio emblematico della Madonna del Parto.