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Qui non è il Paradiso

Titolo: Qui non ? il Paradiso
Titolo originale: Qui non ? il Paradiso
Anno: 2000
Regia di: Gianluca Maria Tavarelli/td>
Nazionalità: Italia
Durata: 100 min.

Sceneggiatura: G.L. Tavarelli e Leonardo Fasoli
Fotografia: Pietro Sciortino
Effetti: F
Musiche: Ezio Bosso
Contatti:
Cast:
Fabrizio Gifuni, Erika Bernardi, Antonio Catania, Valerio Binasco con la partecipazione di Adriano Pappalardo

Indirizzo sito ufficiale :
www.quinoneilparadiso.it

Note/Curiosità:Produttore: Vittorio Cecchi Gori per C.G.G.
Curiosità: Il film si basa su fatti realmente accaduti a Torino nel 1996 quando la rapina alle poste tenne impegnati poliziotti e giornalisti per vari mesi.
Disponibile anche in
Il colpo perfetto. Il sogno di qualunque ladro o rapinatore. Il sogno di chiunque. Un po come vincere al Superenalotto. Un furto da otto miliardi ad un furgone portavalori senza spargimenti di sangue, pistole, violenze. Solo un po' di sangue freddo.
Il film ripercorre l'indagine della polizia attraverso lo sguardo del commissario Lucidi (Antonio Catania) fino alla soluzione finale secondo una costruzione del racconto basata su continui rimandi e flahback che compongono un mosaico complesso fatto di volontà, sogni, avvenimenti. Non c'è però soltanto la cronaca della rapina, Tavarelli anzi cerca di scoprire e presentare allo spettatore le psicologie dei personaggi coinvolti e in particolar modo della mente del colpo, l'autista Renato Sapienza (Fabrizio Gifuni). Vi è insomma una seconda indagine volta a rintracciare i loro sentimenti, ad aprire nuove domande attraverso episodi ricostruiti o inventati; così pian piano si delinea l'effettivo tema del film, il parallelismo che lega persone normali immerse in una vita grigia e insoddisfacente e il colpo pazzesco per inseguire un sogno da cartolina.
Il fulcro della storia per l'appunto la figura di Renato Sapienza, autista di furgoni portavalori ma anche poeta, calciatore, tombeur des femmes. Uomo insoddisfatto e sognatore. Uomo che trova l'occasione per andarsene, per scappare da una vita che non gli dà soddisfazione, per inseguire un desiderio stereotipato come quello del vivere di rendita su una spiaggia tropicale. Uomo che lascia come ricordo una sveglia trafitta da un coltello da cucina. Una volta che vi è riuscito tocca all'altro, a quello che gli dà la caccia, riflettere sulle proprie certezze, porsi domande sulla propria vita e sui propri sogni; scegliendo la razionalità e la coerenza del proprio lavoro. Capisce il sogno della fuga ma non ha il coraggio di metterlo in pratica; continua a fare il poliziotto e a giocare al Lotto. La cronaca è un pretesto, una cornice che raccoglie i temi di fondo dell'incapacità di affrontare la realtà, di afferrare la felicità che non riconosciamo, del mito e dell'illusione della fuga. Così si spiega il titolo, un po' enigmatico per chi non avesse visto il film e decisamente profetico riguardo alla conclusione; il sogno del paradiso tanto anelato che appare quando non è più possibile raggiungerlo.
La ricostruzione della vicenda ricorda il sistema della detection del Welles di Quarto Potere, ma più che altro per l'approccio narrativo e strutturale; a volere trovare un altro accostamento eccellente si potrebbe scomodare Kubrick con Rapina a mano armata soprattutto per l'esito tragico, ma nessuno dei due casi è veramente attinente. E non solo per l'evidente divario che c'è tra i maestri del cinema e un giovane regista di talento. Soprattutto perchè difficile inquadrare il film in un genere, in una categoria. E' un giallo? E' un thriller? Forse un thriller intimista.Gli stereotipi di questi generi sono americani e allo stesso tempo sono a loro volta costruiti su schemi relativamente fissi, senza contare la tentazione sempre più frequente di raccontarli con l'aggiunta di dosi massicce di violenza. Nel caso di Tavarelli, la complessità della storia, la focalizzazione sulle psicologie dei personaggi piuttosto che sulle dinamiche del furto portano la pellicola al di fuori di generi ben definiti. Anche stilisticamente c'è poco in comune con molto cinema americano e non solo, non ci sono efferatezze gratuite, niente sbalzi o accelerazioni brusche del ritmo, non c'è la ricerca di stupire a tutti i costi. Del resto per raccontare la mediocrità a che cosa serve l'esagerazione?
A questo proposito faceva notare Tullio Masoni come sarebbe stato difficile per il pubblico italiano e per molta critica perdonare la pretesa di ritagliare caratteri indigeni su schemi consolidati oltroceano; a meno che non [fossero], a farlo, autori accreditati per la violenza estrema come certi coccolatissimi occidentali. Il film di Tavarelli insomma è troppo italiano. Infatti in realtà il film non arrivato al grande pubblico, non ha avuto l'attenzione che sicuramente avrebbe meritato. Non ha avuto probabilmente quella capacità di catturare l'attenzione come molti altri prodotti cinematografici della penisola; forse proprio per l'assurdo che è troppo intimista, riflessivo, sommesso per un pubblico assuefatto ad immagini sempre più esaltanti e sensazionali. Un film da scoprire e da godere. Per chi consuma tutto in fretta e sogna l'isola tropicale per scappare dal tran tran di tutti i giorni, senza ricordarsi che lì non è il paradiso.
a cura di:
Michele Crocchiola