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Pasolini prossimo nostro


Nazionalità:Italia - Francia
Durata: 63 min.
Sceneggiatura:
Fotografia: Deborah Imogen Beer
Effetti:
Musiche:
Cast: Pier Paolo Pasolini e il cast e la troupe di "Salò o le 20 giornate di Sodoma"
Questo documentario è il frutto del tentativo di Giuseppe Bertolucci di riportare alla luce il materiale e il contenuto ideologico che sta alla base della creazione di Salò, uno dei film più controversi e destabilizzanti della storia del nostro cinema. L’opera è stata realizzata andando a ripescare negli archivi di Cinemazero la vasta collezione di immagini che la fotografa Deborah Beer scattò durante la lavorazione del film e una straordinaria serie di conversazioni fra Pasolini e il giornalista Gideon Bachmann.
Salò, o le 120 giornate di Sodoma è l’ultimo lavoro del grande regista, che morì poco dopo aver ultimato le riprese. Fatalmente si pone quindi come una sorta di testamento, anche per il carattere definitivo del suo contenuto. Il far seguire alla Trilogia della vita questa rilettura, quanto mai priva di speranza, del testo del Marchese de Sade (già di uno spiazzante nichilismo) significa dare una chiusa brusca e totale al gioioso universo favolistico che il regista aveva ricostruito.
Del racconto originale viene ripresa la struttura, che elenca, in quella che Klossowski (il filosofo autore del saggio Sade, prossimo mio citato dal titolo del documentario) definì una monotonia sacrale propria delle litanie religiose, tutte le possibilità della violenza psicologica e fisica, in un crescendo inarrestabile e straniante. Il film contestualizza però questo racconto di atrocità e orrore nella Salò fascista, arricchendolo quindi di nuovi significati: la riflessione sui rapporti di forza viene ampliata eminentemente nella direzione del potere politico. La dominazione fascista è definita da Pasolini “arcaica???, per le sue forme rituali e facenti leva su un’adesione, o sottomissione, arazionale. Ma essa diventa a sua volta solo l’immagine esplicita di un potere infinitamente più subdolo, che è quello della società contemporanea.
Pasolini, trent’anni fa, aveva già preso atto dei mutamenti che stavano avvenendo nel mondo occidentale, dei quali solo ora vediamo l’esplosione. Per questo Bertolucci ha ritenuto importante riportare all’attenzione queste amare immagini e riflessioni che ci riguardano oggi più che mai.
La mostruosa reificazione dei corpi delle giovani vittime rappresenta in modo parossistico la mercificazione del corpo nella società dei consumi. Una società in cui la libertà è solo apparente, ma che in realtà esercita un potere tanto più vincolante quanto più invisibile, poiché, concedendo una cosa, ad essa obbliga. Il sesso diventa l’emblema di questo passaggio dalla trasgressione alla costrizione: se nella Trilogia della vita i rapporti erano conquistati, spesso rubati e per questo pieni di giovanile entusiasmo, qui il sesso è solo il modo più estremo per distruggere la libertà, per annichilire l’individualità. Le vittime, nelle mani dei potenti, diventano una cosa senz’anima, dei corpi costretti alla ripetizione meccanica di atti osceni perché privi di qualsiasi sapore. Così nell’odierna società il sesso si trasforma in un obbligo sociale, non essendo più uno spazio autonomo e privato, bensì l’ennesima declinazione della merce. Se Bataille, grande commentatore di Sade, qualche decennio prima poteva ancora dire che «è vero che gli affanni dissociati della vita attuale invadono anche le camere da letto: tuttavia, chiuse a chiave, esse continuano ad essere, nel vuoto mentale quasi illimitato, come tanti isolotti in cui le figure della vita si ricompongono», questa dimensione, nella riflessione di Pasolini, sembra ormai perduta per sempre. Non esiste più uno spazio salvo dalle ingerenze del potere del consumo ed è per questo che i nuovi giovani, che più dovrebbero incarnare la ribellione e la speranza e che invece paiono essere gli schiavi più pazienti, sono per il regista «brutti o disperati, cattivi o sconfitti». La speranza stessa è anzi uno dei più efficaci strumenti della dominazione, in quanto tiene vincolati alla dimensione altra di un futuro che mai ci apparterrà, distogliendo lo sguardo dall’orrore del presente.
È invece fondamentale guardare alla ferocia di questa società che devasta le menti come le antiche civiltà facevano con i corpi, mantenendo di esse la primitiva arbitrarietà (per i quattro aguzzini di Salò il potere è infatti l’anarchia suprema) e spietatezza. Questo riusciva a fare Pasolini con il suo quasi insostenibile film, raccontandoci la nera favola della nostra morte. Questo cerca di fare Bertolucci, riportandoci sulle riflessioni di un uomo che stava per morire proprio a causa della violenza disumanizzante di cui ci aveva parlato, portando con sé il sogno di un altro tempo, in cui la speranza era forse ancora possibile.
a cura di:
Giulia Galeazzi