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Trono di sangue

Titolo:Trono di sangue
Nazionalità: Giappone
Durata:
Sceneggiatura:
Fotografia:
Effetti:F
Musiche:
Cast:

Note/Curiosità:
Disponibile anche in DVD

Scheda Critica:
La nebbia, densa, asfissiante, opprimente ammanta una vallata, il cui silenzio è rotto solo dal suono lamentevole del flauto giapponese. Possente si innalza un coro a narrare la tragica storia di un castello ormai in rovina, distrutto dagli uomini e dalla loro brama di potere e di conquista. Il castello Kumonosu è cinto d'assedio, i forti a sua difesa paiono crollare uno dopo l'altro: solo il coraggio e la determinazione dei prodi guerrieri Washizu (Toshiro Mifune) e Miki riescono a ribaltare le sorti della battaglia, sgominando gli assalitori. Nel tornare al castello, ove li attende la gloria, i due si smarriscono nell'intrico di rami e nebbia della foresta. Uno spirito dall'aspetto di vecchio filatore, Parca del destino, appare davanti ai loro occhi, svelando loro il futuro: Washizu diventerà signore del castello ma erede di tale fortuna sarà la discendenza di Miki.
Tale profezia accende l'ambizione della spettrale moglie di Washizu, la quale armata delle più fini e subdole tecniche di persuasione, spinge di delitto in delitto, di tradimento in tradimento il protagonista alla perdizione.

Libero adattamento del "MacBeth" di W.Shakespeare, "Trono di sangue" (titolo originale "Il castello ragnatela") fonde in sè stilemi recitativi, musicali e scenografici diversi, derivanti sia dalla drammaturgia occidentale sia dalla nobile tradizione del teatro Noh orientale. Kurosawa, quasi a voler omaggiare se non rispettare il principio di unità di tempo, di luogo e di azione, impiega nel film solo tre ambientazioni, tre scenari davanti ai quali muovere i personaggi del dramma: la foresta, il castello Nord, il Castello Kumonosu. L'opera shakespeariana viene sfrondata di ogni orpello, limata e ripulita sino a portarne alla luce l'essenza, la tragica consapevolezza della caducità dell'essere umano, sospinto dalle passioni più segrete. Lo stesso dialogo viene ridotto a pochi scambi di frasi e brevi monologhi per lasciare spazio narrativo alla mimica facciale, ai movimenti lenti degli attori, alla musica ed ai silenzi, alle luci ed alle ombre.
Ilaria Nannini