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TI GUARDO

TI GUARDO di Lorenzo Vigas (Venezuela / Messico 2015, 93') - vm 14

 

 

il Leone d'Oro di Venezia 2015

 

l'esordio nel lungo del regista venezuelano Lorenzo Vigas

 

 

Caracas, una città caotica, in cui il crollo dell'economia ha accentuato le differenze sociali e la distanza tra quartieri borghesi e desolate periferie, favorendo ovunque la crescita della microcriminalità. Armando, il protagonista di Ti guardo, conosce bene la città e dopo il lavoro - è proprietario di un laboratorio di protesi dentarie - conosce gli incroci e le fermate degli autobus dove appostarsi per avvicinare ragazzi di strada ai quali offrire soldi perché lo accompagnino a casa. Non vuole rapporti né contatti fisici, non prova slanci né sentimenti, gli basta guardare a distanza. Nella monotonia della sua vita c'è un altro elemento, un vecchio di cui spia continuamente le abitudini, i comportamenti, i luoghi che frequenta. Finché un giorno porta a casa Elder, 18 anni, capo di una piccola gang, imprevedibile e irruento, che lo aggredisce e lo rapina. Malgrado la violenza, si ritrovano e tra i due scatta un indefinibile legame, forse l'esperienza comune di una crescita senza padre. 

 

Ti guardo, titolo originale Desde allà, è l'opera prima di Lorenzo Vigas che ha vinto il Leone d'oro all'ultima Mostra di Venezia. Nato a Merida nel 1967, Vigas è passato al cinema dopo aver studiato per anni biologia molecolare. "È il secondo titolo di una trilogia dedicata al rapporto genitori-figli, in particolare all'assenza del padre", dice il regista a Roma per l'uscita italiana del film, il 21 gennaio distribuito da "Cinema" di Valerio De Paolis. "Il tema è lo stesso del mio primo lavoro, un corto dal titolo Elephants never forget, presentato a Cannes, molto conosciuto nei paesi sudamericani. Ora sto preparando la terza storia sullo stesso tema, si chiama The box e comincerò a girare a settembre".

 

C'è una ragione per il suo interesse per questo tema?

"Non si scelgono le proprie ossessioni, sono le ossessioni che ti scelgono. Non so perché ma non c'è niente di personale. Mio padre, Osvaldo, morto due anni fa, era un artista famoso, una figura importante in Venezuela e in America Latina, come dire un Burri in Italia. Malgrado la sua celebrità ho avuto con lui un rapporto bello, caldo, affettuoso. Il padre assente, che va a lavorare e non si occupa della famiglia, in realtà è un archetipo nella società latina, in Venezuela è ancora così e credo che una specie di matriarcato sia ancora diffuso in gran parte del mondo".

 

Armando è il magnifico attore cileno Alfredo Castro, Elder è Luis Silva, davvero un ragazzo di strada alla prima esperienza: funzionano. Com'è andata sul set?

"Alfredo conosceva la sceneggiatura, l'aveva letta, gli era piaciuta e aveva accettato il film. Luis l'ho scelto dopo vari provini, viene da esperienze di vita e da un quartiere anche più duro di quello di Elder nel film. Prima delle riprese ho cercato di fare amicizia e conquistare la sua fiducia. Non ha mai avuto la sceneggiatura, gli dicevo le battute venti minuti prima di girare per non fargli perdere naturalezza e freschezza. È stato bravo, essendo etero ha avuto qualche difficoltà con le scene di omosessualità, ma si è impegnato ed è andata bene".

 

Elder sembra un personaggio pasoliniano.

"Non si può prescindere da Accattone o da Ragazzi di vita quando sfiori quell'ambiente, Conosco tutto il cinema di Pasolini e lo amo molto, però la guida del film è la psicologia di Armando, un uomo incapace di emozioni e di sentimenti, che si aggira nella città quasi come un fantasma, per cui i miei riferimenti sono più registi come Haneke di La pianista e, per quanto riguarda lo stile, penso più a Bresson che al neorealismo".

 

Qual è stato il percorso del film dopo il Leone d'oro a Venezia?

"L'Italia è il primo paese in cui esce, in Venezuela sarà in sala ad aprile. Sono ansioso ed eccitato, mi aspetto molte reazioni fortemente polemiche, perché sfida molti tabù che nel mio paese resistono, l'omofobia per esempio. Si discuterà molto, soprattutto in un momento come questo in cui è in crisi gravissima la comunicazione tra governo e popolo ed è diventata enorme la distanza tra le diverse classi sociali. Ma è giusto così, la funzione di un film e di qualunque opera dell'ingegno dovrebbe essere proprio quella di suscitare dibattiti e reazioni anche vivaci".

 

di Maria Pia Fusco (repubblica.it, 12 gennaio 2016)