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Cinema

I Classici Restaurati

IL GIAPPONE DI OZU

 

IL GIAPPONE DI OZU

 

i capolavori di Yasujiro Ozu in versione restaurata,

in lingua originale con sottotitoli italiani 

 

Uno degli autori internazionali più acclamati e importanti della storia del cinema arriva in Italia e allo Stensen con 6 film restaurati. 

 

Il nostro programma prevede la riproposizione di Viaggio a Tokyo, il suo film più famoso, a ottobre e nei mesi successivi con varie repliche. E man mano, uno al mese, tutti gli altri titoli disponibili, ognuno accompagnato da una presentazione dal vivo di una particolare tradizione giapponese. 

 

Scarica QUI il volantino o scendi in fondo alla pagina per approfondire il programma con le schede di tutti i film.

 

 

 

 

PROGRAMMA

 

NB: le date in programma si riferiscono alla prima proiezione, serale, del film. Sotto verranno indicate via via le repliche, che saranno stabilite a seconda dell'andamento dello stesso film e saranno pomeridiane o tardo pomeridiane.

 

 

 

6 ottobre ore 21.00

 

Viaggio a Tokyo di Yasujiro Ozu (Jap 1953, 136')

 

repliche:

15 ottobre ore 19.00

8 novembre ore 11.00

2 dicembre ore 16.15: con presentazione del libro sull'autore

22 dicembre: con concerto tradizionale di Koto (strumento musicale), con il musicista Tomoko Shiraishi 

 

 

 

10 novembre ore 21.00

 

Fiori d’equinozio di Yasujiro Ozu (Jap 1958, 120')

 

repliche:

18 novembre ore 18.30: con dimostrazione di Kado, a cura della maestra di Ikebana Morioka Ryosho (Scuola Sogetsu)

 

 

 

9 dicembre ore 20.45

 

Buon giorno di Yasujiro Ozu (Jap 1959, 95')

con cerimonia del Tè giapponese, a cura di Hitomi Matsumoto

 

 

 

19 gennaio ore 20.00

 

Tardo autunno di Yasujiro Ozu (Jap 1960, 128')

con cerimonia di vestizione di Kimono 

 

 

 

23 febbraio ore 21.00

 

Il gusto del sakè di Yasujiro Ozu (Jap 1962, 114')

con assaggio di Sakè (dalle ore 20.30, al momento dell'ingresso in sala), a cura di Firenze Sakè (con Sakè Meisui No Kura della cantina Mikunihare Shuzo)

 

 

 

29 marzo ore 21.00

 

Tarda primavera di Yasujiro Ozu (Jap 1949, 110')

replica:

19 maggio ore 20.30: con spettacolo di danza tradizionale giapponese, della danzatrice Hanayagi Suginami della scuola Hanayagi-ryu.

 

 

 

 

SCHEDE CRITICHE

 

 

 

Viaggio a Tokyo di Yasujiro Ozu (Jap 1953, 136')

 

In un sondaggio lanciato dalla rivista Sight & Sound nel 2012, 358 registi da tutto il mondo hanno indicato Viaggo a Tokyo di Ozu come il più bel film di tutti i tempi.

 

Due anziani coniugi di provincia vanno per la prima volta a Tokyo, a visitare il figlio e la figlia, ambedue sposati. Ma a Tokyo i figli sono occupati nel lavoro e non hanno tempo (né troppa voglia) di star dietro ai genitori; neppure i nipotini apprezzano la loro presenza. Solo la vedova di un altro figlio disperso in guerra, pur essendo povera, li tratta con grande gentilezza e fa loro visitare la città. Le delusioni che emergono in questo viaggio sono sopportate con rassegnazione dalla vecchia coppia.

 

Ozu con una certa ironia diceva “è il mio film con dentro più melodramma”, ma lo contava fra quelli di cui era più soddisfatto. Viaggio a Tokyo è un film delicatissimo, che comunica la concezione psicologica di personaggi e situazioni attraverso piccoli abili tocchi. Il tema del film è l’inevitabile ma doloroso allontanarsi dei figli dai genitori; il finale di solitudine ricorda Tarda primavera. Come al solito Ozu e Noda riprendono e riutilizzano spunti del loro cinema passato: da The Only Son deriva non solo il concetto base – la delusione rispetto alla posizione del figlio, meno buona di quanto si credesse – ma anche una parte di dialogo; più tardi, la battuta sui vestiti da lutto quando arriva la notizia della malattia della madre richiama esattamente una scena analoga di Brothers and Sisters of the Toda Family. Alcune belle immagini della periferia (i panni ad asciugare e il crinale erboso su cui passano uomini e bambini) verranno ripresi, in un’atmosfera più leggera, in Buon giorno. Da Early Summer vengono ripresi i nomi e le figure dei due fratellini (appena accennati qui, e certo meno simpatici). Inoltre Inizio d’estate già conteneva la scena della madre che si rattrista al pensiero del figlio perduto in guerra: il figlio ha lo stesso nome, Shōji, e l’attrice è la stessa, la magnifica, umanissima Higashiyama Chieko. Viaggio a Tokyo è un film estremamente raffinato sul piano visuale. Per esempio, viene citato spesso come esempio della tecnica compositiva dell’immagine di Ozu il famoso paesaggio con bottiglia e faro di Floating Weeds, ma è ancora più bella - perché meno “costruita” e quasi inavvertibile - la semplice composizione all’inizio di Viaggio a Tokio: una strada con bambini, con a sinistra in primo piano un carretto e due bottiglie.

 

“Mio figlio non era così una volta.

Era ben diverso, ma cosa vuoi farci...

A Tokyo c’è troppa gente, troppa competizione.

E così uno finisce per cambiare”.

 

Tokyo nel boom della ricostruzione,

Tokyo con le sue bocche di fuoco,

Tokyo inumana che spinge a una competizione selvaggia

e distrugge la sfera affettiva degli individui che la abitano,

ma anche Tokyo come specchio di una società

le cui scelte economiche vedono il paese crescere e arricchirsi

ma i singoli vivere nel disagio e talvolta nella povertà vera e propria.

 

Dario Tomasi, Ozu Yasujiro. Viaggio a Tokyo.

 

 

 

Fiori d’equinozio di Yasujiro Ozu (Jap 1958, 120')

 

Per me Ozu è il regista che ha saputo elevare il cinema, la forma d’arte del ventesimo secolo, alla sua massima bellezza, una bellezza che non può essere imitata né riprodotta (Wim Wenders).

 

A parole il severo signor Hirayama è d’accordo con i giovani del dopoguerra, che non accettano più i matrimoni combinati. Quando però sua figlia sceglie da sola con chi sposarsi, Hirayama, offeso, pone il veto. Però si crea un’alleanza femminile - fra la figlia, la sua amica Yukiko e la moglie apparentemente sottomessa di Hirayama - per favorire il fidanzamento e per superare questa rottura in famiglia, manovrando abilmente il padre conservatore in modo che si rappacifichi con i due giovani sposi.

 

Nella sua caratterizzazione “ferrea” (qui destinata ironicamente alla sconfitta) il personaggio di Hirayama, interpretato da Saburi Shin, sembra un prolungamento del giovane Toda Shōjirō di Brothers and Sisters of the Toda Family del 1941 (sempre Saburi, ovviamente). Mentre però quello diventava nel corso del film l’incarnazione delle virtù patriarcali giapponesi, questo di Fiori d’equinozio è un patriarca in declino, battuto dalla cospirazione femminile. Se osserviamo la somiglianza tra Hirayama e il giovane Toda di un film del tempo di guerra, appaiono più chiare le allusioni nostalgiche nella seconda parte. L’elemento predominante è però una sottile vena di commedia. Compare qui per la prima volta il divertente terzetto di amici di mezza età che tornerà in Tardo autunno e Il gusto del sakè. La moglie, interpretata con grande finezza da Tanaka Kinuyo, è un’illustrazione di come le donne giapponesi possano risultare vincenti mentre fingono di attenersi alla loro condizione di sottomissione; laddove le giovani, com’è naturale, sono molto più dirette. è divertente il fatto che l’aspirante fidanzato di cui Hirayama non vuole sentir parlare, Taniguchi (Sata Keiji), abbia anche lui qualcosa di patriarcale; anzi, col suo viso severo ricorda proprio il giovane Saburi di Toda. Il complicato rapporto fra giovani e anziani, incarnato da Hirayama e Setsuko, viene duplicato in tono di commedia nel rapporto tra la signora Sasaki e sua figlia Yukiko. Non mancano nel film tocchi di umorismo quasi scatologico: quando parla l’inarrestabile signora Sasaki la gente scappa per andare al bagno (Hirayama) o ci va prima per essere pronta (sua moglie). Fiori d’equinozio è il primo film a colori di Ozu; il regista non intendeva farlo a colori ma glielo chiese la casa di produzione, la Shōchiku, per sfruttare la presenza nel film della star del momento, Yamamoto Fujiko (alla quale, con scelta felice, non tocca il ruolo della figlia ma quello vivace e risolutivo di Yukiko). Ozu fu interessato e scelse l’Agfacolor perché, per citare le sue parole, “Volevo mettere in evidenza il rosso qua e là. Il rosso risulta magnificamente sulla pellicola Agfa”. Un bollitore, una radio, una maglia, una borsa, i boccioli dell’amarillide (il “fiore d’equinozio” del titolo) ecc. riempiono il film di macchie rosse.

 

Il colore di Fiori d’equinozio ricorda un poco quello di certe produzioni hollywoodiane

degli anni Cinquanta, come le commedie di Frank Tashlin.

La gamma cromatica è neutra quanto al vestiario. Gli ambienti permangono unificati

da uno stesso tono di colore: beige, ocra e marrone in casa di Hirayama,

contro l’azzurro delle porte e delle persiane delle finestre nel suo ufficio.

Su questo insieme Ozu e il suo operatore abituale Yūharu Atsuta […]

collocano pennellate brillanti, come la teiera rossa accanto a un tatami...

Poi, quando Hirayama telefona a sua moglie per annunciarle che andrà a Hiroshima,

Ozu compone un’inquadratura emozionata ed emozionante di Kiyoko che guarda verso l’esterno.

Il regista poi ci mostra l’immagine dei panni appesi ad asciugarsi al sole:

indumenti di colori vivi, un esultante cromatismo per l’inizio di nuovi rapporti fra padri e figli.

Quim Casas, Flores de equinoccio.

 

 

 

Buon giorno di Yasujiro Ozu (Jap 1959, 95')

 

Fin qui ho fatto 11 film orrendi, e ho deciso di farne altri 30 perché mi rifiuto di esser sepolto se prima non ho dimostrato a me stesso che non riuscirò mai a raggiungere il tuo livello, Sig. Ozu (Aki Kaurismaki).

 

Commedia corale sulla vita in un quartiere di periferia, attenta soprattutto al punto di vista dei bambini, il cui nuovo divertimento è di imparare a scorreggiare a comando quando gli si preme la fronte. I bambini sono affascinati da quella nuova diavoleria che è la televisione; due fratellini si infuriano col padre che non vuole comprare un televisore. Così dopo lo sciopero della fame passano allo sciopero del silenzio, criticando l’abitudine dei grandi di parlare senza dire nulla di concreto (tipo “Buongiorno”).

 

Buon giorno è particolare nella filmografia di Ozu per la sua dimensione collettiva, in cui la vicenda dei fratellini è solo la più importante in una serie di storie interconnesse sulla vita del quartiere. Si vedono certi esterni di periferia molto simili a quelli di Viaggio a Tokyo. Da notare che, circa il tema dei bambini, quel bizzarro e affascinante film che è Early Summer appare quasi una prova generale di Buon giorno: anche là si trovano i fratellini Minoru e Isamu, la fuga da casa, perfino la visita a casa di una signora che chiede al figlio di aiutare a cercarli. Il concetto base risale però al capolavoro degli anni Trenta I Was Born, But... Ad esso Buon giorno si riallaccia riprendendo l’argomento dello sciopero della fame dei due fratelli – ma in un’ottica più divertita e distesa, senza i sottintesi drammatici di quel film. L’interesse di Ozu per la vita privata dei bambini emerge nella descrizione dei loro giochi, attraverso i quali il tema della scorreggia (tutt’altro che inusuale nella cultura giapponese) entra nel film a vele spiegate. Si può osservare che, nel gioco dei bambini di scorreggiare a comando quando gli si preme la fronte, questo comportamento “robotico” è collegabile alla mania degli elettrodomestici che cominciava allora a diffondersi in Giappone, sulla quale scherza il film. Buon giorno inoltre contiene al suo centro una riflessione sul linguaggio: di che cosa parliamo quando parliamo? I due fratelli contestano i genitori dicendo che le espressioni usate degli adulti (da quelle di saluto ai discorsi sul tempo, così frequenti in Ozu) sono solo formule vuote. Gli adulti rispondono che queste formule sono un “lubrificante sociale” insostituibile. Però noi spettatori ci accorgiamo che a volte, come nel caso dei due timidi innamorati del film, è difficile and are al di là.

 

Non è casuale che uno dei film più emblematici di Ozu

sull’argomento dell’infanzia si intitoli precisamente Buon giorno,

titolo che si riferisce a quella moltitudine di norme di cortesia

che rendono possibile le relazioni nel mondo degli adulti

e che dal punto di vista dei bambini

non sono che mere manifestazioni di ipocrisia.

I bambini, da quei quasi-animali che sono,

non sono abituati a reprimere i loro istinti,

a regolare il loro comportamento secondo norme.

Ricordiamo che uno dei tratti più caratteristici della società giapponese

è quello di reprimere le emozioni e non esprimerle esteriormente,

come segno di forza morale.

[…] L’infanzia in Giappone è quasi l’unico momento

in cui le parole e le emozioni vanno di pari passo,

per cui quest’ultime si esprimono liberamente.

Luis Irureta, Niños de primavera. Los niños de Ozu.

 

 

 

Tardo autunno di Yasujiro Ozu (Jap 1960, 128')

  

Il cinema di Ozu è un cinema gentile. Forse la ragione del perenne fascino esercitato da Ozu è che lui rispettava i diritti del pubblico come di un pubblico dotato di intelligenza (Abbas Kiarostami).

 

Tre amici di lunga data (tre grandi pettegoli che adorano prendersi in giro l’un l’altro) decidono di procurare un marito per la figlia di Akiko,vedova di un loro vecchio amico. In realtà sono ancora innamorati della vedova: in gioventù la corteggiavano tutti e quattro. Siccome la ragazza non vuole lasciare sola la madre, i tre concludono che prima è necessario che si risposi Akiko, e decidono di candidare l’unico fra loro che è libero. Ma quando la figlia di Akiko scopre il piano si arrabbia terribilmente...

 

Fin dal titolo internazionale (ma quello giapponese è diverso) il film sviluppa una sottile rete di rimandi a Tarda primavera. La stessa presenza di Hara Setsuko non è casuale: quell’ostilità verso l’idea di un nuovo matrimonio del padre che lei mostrava in Tarda primavera, ora è mostrata verso di lei da sua figlia (Ozu non è nuovo a questi rovesciamenti del destino – quasi un contrappasso – riguardanti non specifici personaggi di un dato film ma figure analoghe interpretate dallo stesso attore/attrice, e “ritrovate” a distanza di anni). In questo gioco di specchi, Tsukasa Yoko (Ayako) mostra nei confronti della madre Hara Setsuko quello stesso duro moralismo giovanile che Hara Setsuko in Tarda primavera mostrava verso il padre Ryū Chishū in una situazione analoga. Il pragmatismo quasi feroce dei giovani di Ozu compare declinato in forma comica nel figlio di Hirayama e in forma positiva, di deus ex machina, in Yukiko, alla quale i tre guardano con una sorta di spaventata ammirazione. Fin dal nome di lei ciò ricorda Fiori d’equinozio, e il trio di amici riprende, sviluppandolo, quello di quel film, con gli stessi interpreti. Ozu ama molto fare rimandi fra i suoi film; per esempio, troviamo anche un paio di gustosi riferimenti a Buon giorno; per non dire che qui Saburi Shin arriva in ritardo alla celebrazione proprio come, anni prima, al funerale in Brothers and Sisters of the Toda Family. Il gioco psicologico fra i tre amici, nonché quello tra i due ancora sposati con le loro mogli, e infine quello delle mogli tra loro, è estremamente divertente, e fa pensare all’influsso che sul giovane Ozu ebbe Lubitsch. è esilarante la scena in cui Yukiko, la ragazza moderna per eccellenza, interroga e rimprovera i tre uomini più anziani di lei, con una totale inversione dei rapporti formali fra giovani e anziani in Giappone. La conclusione con Ayako da sola nell’appartamento riprende, con una sfumatura meno drammatica ma sempre in un’atmosfera di malinconia, l’amara conclusione con Ryū Chishū in Tarda primavera (che poi ritornerà ne Il gusto del sakè).

 

E c’è, figura esemplare e certo la più memorabile del film,

il personaggio di Yukiko, ragazza energica e briosa interpretata da Mariko Osada.

E' lei la vera protagonista del film, quella che arriva con intelligenza e sensibilità

a districare i fili aggrovigliati degli intrighi maldestri orditi dai tre uomini

e dei traffici di sentimenti che minacciano di bloccare tutto tra la madre e la figlia.

Orbene, questa Yukiko somiglia in modo stupefacente ad Audrey Hepburn

nei film realizzati nello stesso momento da Stanley Donen

(Cenerentola a Parigi, Sciarada) o Blake Edwards (Colazione da Tiffany).

In questi film - compreso quello di Ozu - si ritrova lo stesso senso del movimento e dell’artificio,

che vale per la gestualità quanto per i dialoghi,

gli oggetti di scena e, certamente, i colori.

Anche quando non si canta né si danza,

l’universo di riferimento è quello della commedia musicale.

Jean-Michel Frodon, Yasujirō Ozu, réalisateur de comédies musicales, in Ozu à présent.

 

 

 

Il gusto del sakè di Yasujiro Ozu (Jap 1962, 114')

 

Nulla è forzato nei film di Ozu. Tutto ciò che rimane sullo schermo sono i più piccoli dettagli della natura umana e delle umane interazioni, presentati attraverso una lente delicata, osservatrice, essenziale, una lente pura (Jim Jarmush).

 

Due storie principali si intrecciano nel film. Il signor Hirayama, vedovo, vorrebbe che sua figlia si sposi; dice che non ci pensa, anche perché il padre e il fratello minore non saprebbero cavarsela senza di lei. Intanto Hirayama e i suoi amici organizzano una festa per il loro ex insegnante, il Tasso, ora in pensione. Quest’ultimo è diventato un ubriacone e gestisce un piccolo ristorante; il triste esempio di sua figlia, rimasta zitella per sostenere il padre, conferma Hirayama nelle sue idee.

 

Il sanma del titolo originale de Il gusto del sake è un pesce (la costardella) che si mangia a fine estate, per cui il titolo giapponese contiene un riferimento stagionale, dagli ovvii riferimenti metaforici, come negli haiku. Il 54° film di Ozu è l’ultimo del regista. Mentre lavorava alla sceneggiatura, morì sua madre, con la quale aveva abitato tutta la vita. Nel suo diario Ozu scrive: “Giù nella valle è già primavera / Nuvole di fiori di ciliegio in boccio / Ma qui, l’occhio fiacco, il sapore di costardella - / I boccioli sono malinconici / E il profumo del sakè diventa amaro” (cit. in Ozu di Donald Richie). Il regista morì l’anno successivo all’uscita del film, mentre preparava con Noda il prossimo, ambientato nel mondo del cinema, dal titolo Daikon to ninjin (“Ravanelli e carote”, termine per indicare gli attori di basso livello). Questo film fu realizzato più tardi da Minoru Shibuya. Come tanti film di Ozu del dopoguerra Il gusto del sake declina in forma appena variata il tema di Tarda primavera; qui però declinato in forma più moderna nel personaggio più duro e critico di Michiko, interpretato da Iwashita Shima. Idem per il tema della solitudine; Ryū Chishū nel finale appare ubriaco, sebbene non nel modo scomposto di Viaggio a Tokyo. Il gusto del sake riprende pari pari da Tarda primavera la scena della figlia in abito tradizionale da sposa che s’inginocchia davanti al padre. Come altre volte in Ozu, non vediamo lo sposalizio, né arriviamo mai a vedere lo sposo. Fa da contrappunto al racconto principale la storia del matrimonio litigioso del fratello maggiore di Michiko, con sua moglie che critica il consumismo di lui (ma poi lo accetta per fare anche lei acquisti). Sata Keiji, specializzato per Ozu in parti di fidanzato dall’aria molto seria, offre la sua interpretazione migliore nel ruolo del giovane marito infantile. Il vecchio e triste professore beone è interpretato da Tōno Eijirō, che è un po’ l’ubriacone ufficiale dei film di Ozu; da notare che la figura di un insegnante in pensione costretto ad aprire un misero ristorante appariva già in Tokyo Chorus. Si riforma il trio di vecchi amici pettegoli con Nakamura Nobuo e Kita Ryūji, qui con Ryū al posto di Saburi Shin; oltre a prendersi in giro l’un l’altro si producono in un paio di elaborate beffe. Gli scherzi del trio indirizzati alla padrona del ristorante vengono dritti dritti da Tardo autunno; l’attrice è la stessa, la spiritosa Takahashi Tojo, di Inizio d’estate e Buon giorno (appariva anche in Viaggio a Tokyo). Il film elabora particolarmente il tema della nostalgia della giovinezza nei tempi di guerra, in un paio di scene insieme divertenti e amare; famosa la fantasia grottesca di americane bionde che suonerebbero lo shamisen (nota che è lo strumento delle geisha) masticando chewing-gum, qualora il Giappone avesse vinto la guerra (“Meglio di no”, osserva Ryū).

 

E la Storia, in questo film che non esagera l’importanza della più piccola storia

e lascia che i conflitti si esauriscano lontano da sé, è una discreta perturbatrice […].

La disfatta giapponese (vedi le due bellissime scene parallele in cui si ascolta l’inno della marina)

e l’invasione economica del Giappone da parte degli USA

vengono convertiti qui in elementi integrabili e modificanti del progetto estetico di Ozu,

che uno potrebbe credere - al contrario di Mizoguchi - indifferente alle tempeste del mondo:

gli scambi di sguardi, i saluti, il girare su se stesso dell’ex marinaio […]

evocano la Storia del Giappone attraverso una sorta di derisione amara presso i personaggi,

equilibrata da un’euforia di inquadrature e montaggio.

Jean-Claude Biette, Le Gout du saké.

 

 

 

Tarda primavera di Yasujiro Ozu (Jap 1949, 110')

 

Se nel nostro secolo esistesse ancora qualcosa di sacro, se ci fosse qualcosa come un tesoro segreto del cinema, per me quel qualcosa dovrebbe essere l’opera del regista giapponese Yasujirō Ozu… mai prima di lui e mai dopo di lui il cinema è stato così prossimo alla sua essenza e al suo scopo ultimo (Wim Wenders).

 

Il professor Somiya, vedovo, vive con la figlia Noriko. La zia della ragazza insiste col fratello che è ora di trovarle marito; però Noriko (anche perché un giovane che in realtà le piace è già fidanzato con un’altra ragazza) dice che vuole rimanere accanto al padre, un intellettuale svagato che si troverebbe perso senza una donna in casa. Quando la zia le prospetta l’idea che anche il padre si risposi con una sua conoscente, Noriko ne è sconvolta, e ne deriva un periodo di tensioni con il padre...

 

Tarda primavera è il film seminale per tutto il cinema del dopoguerra di Ozu, che continuerà a riprenderne ed elaborarne il tema nel suo consueto gioco di variazioni. L’inizio con la cerimonia del tè rappresenta un Giappone antico ed eterno al quale la giovane Noriko è legata come il padre (ambedue amano il teatro Nō). Noriko è una ragazza moderna nel comportamento e nel vestire, ma rispetto al tema del matrimonio mostra nel suo moralismo tutta la durezza dei giovani dei film di Ozu del dopoguerra – in contrapposizione alla tollerante saggezza di Somiya. L’innamoramento di Noriko per il collaboratore del padre non è esplicitato ma delicatamente alluso attraverso la recitazione piena di sfumature di Hara Setsuko. Quando la zia propone un altro fidanzato, dice a Noriko che “somiglia a Gary Cooper” (l’amore di Ozu per il cinema americano non si smentisce mai!). Da notare che non vediamo la cerimonia di matrimonio di cui si è parlato tanto nel film, ma solo la sua preparazione – il che è praticamente usuale nel cinema di Ozu, pieno di impreviste e splendide ellissi. Il finale con il padre rimasto da solo in casa porta in primo piano l’elemento di amarezza e sacrificio inestricabilmente connesso alla logica ozuiana della necessità del cambiamento. In Tarda primavera, come nei film seguenti, si enuncia la triste considerazione dei genitori vedovi nei film di Ozu: i figli crescono e ti lasciano; e per le figlie è ancora peggio, desideri che si sposano eppure ti senti abbandonato quando vanno via. Accanto a questo, d’altronde, è molto presente in Ozu il concetto della gelosia possessiva del padre nei confronti della figlia: ma anche quella delle figlie verso i padri all’idea che questi meditino di risposarsi. Gelosie contrapposte superate in nome della comprensione dell’inevitabile ciclo della vita.

 

Che cosa domanda Ozu a Setsuko Hara?

Un sorriso, radioso, che diventa pudico

o imbarazzato quando gli occhi si abbassano.

Questo è sufficiente al cineasta per fare di lei l’incarnazione

di un ideale femminile che, nel corso di una dozzina d’anni,

prenderà il viso di una figlia, poi quello di una madre,

senza cambiare nulla nella sua gestualità e nella sua espressione […]

Adora riprenderla di schiena e sembra dilettarsi a leggere il suo turbamento

nel manico di una borsa che lei manipola nervosamente o nelle dita

che si allargano nervosamente (Early Summer).

Davanti alla macchina da presa, in queste inquadrature sapienti

che tuttavia fingono la semplicità del film amatoriale,

Setsuko sembra sempre volersi sottrarre,

alla maniera di una parente goffa colta di sorpresa dalla cinepresa

in una riunione di famiglia.

Ozu non le domanderà di più.

La complicità fra l’attrice e il cineasta basterà a trasmettere l’indicibile.

Christian Viviani, Trois femmes pour trois maîtres. Kinuyo Tanaka, Hideko Takamine, Setsuko Hara.