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in programmazione da giovedì 3 settembre 

 

 

IL TERZO UOMO di Carol Reed (Gran Bretagna 1949, 104')

 

 

il capolavoro noir con Orson Welles

 

Palma d'Oro a Cannes nel 1949 e vincitore dell'Oscar nel 1951

 

in una nuova versione restaurata che restituisce tutto lo splendore della pellicola sul grande schermo

 

 

 

Famosissima è la battuta pronunciata dal personaggio di Harry Limes (interpretato dallo stesso Welles) ne Il Terzo Uomo:

 

“In Italia per trent’anni sotto i Borgia, ci furono guerre, terrore, omicidi e carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? Gli orologi a cucù???.

 

Si dice che sia stato egli stesso a inserire la battuta nel copione, a dimostrazione che la pellicola firmata da Carol Reed porta in sé una forte influenza wellesiana. Sembra quasi superfluo e scontato elogiare la grandezza del film, che fa parte di un olimpo cinematografico dove solamente pochi eletti hanno la statura per entrare. A pare i rumors che vogliono una forte impronta autoriale dello stesso Welles alla regia (come non pensarlo?), siamo di fronte a un’opera che, se contestualizzata storicamente risulta fortemente innovativa a livello tematico e linguistico. Anche se Holly è l’eroe positivo che ci accompagna dall’inizio alla fine, il vero punto cardine è senza ombra di dubbio Harry Limes, personaggio che entra in scena dopo la metà della pellicola. L’istrione Orson Welles è nell’aria fin dai primi fotogrammi, ma si farà attendere per parecchio tempo, uscendo improvvisamente dal buio con un’espressione compiaciuta e ovviamente rubando la scena a chiunque.

 

L’universo cinematografico sembra riflettere le condizioni dei due attori principali e il rapporto tra Limes/Welles e Martins/Cotten riporta alla mente quello tra Charles Foster Kane e John Leland di Quarto Potere: il primo (Welles) carismatico, risoluto, pronto a tutto per il raggiungimento dello scopo, il secondo (Cotten) più tormentato e onesto, eroe sconfitto che perde perché decide di stare dalla parte dei buoni.

 

Un film fatto d’inquadrature sbilenche, la macchina da presa sta spesso in basso o in alto distorcendo l’immagine e incutendo un senso d’instabilità e incertezza sottolineato da una fotografia cupa che dipinge lo spazio urbano notturno come un mondo in cui il pericolo sta dietro ogni angolo e dentro ogni vicolo. Allo stesso tempo però è un mondo in cui la tensione crea facili suggestioni e diventa possibile essere terrorizzati dall’enorme ombra di un vecchio uomo che vende palloncini in una notte buia e pericolosa.

 

Il leitmotiv musicale è il filo rosso che percorre l’intero film e vero e proprio elemento che ha contribuito a fissare la pellicola nell’immaginario cinefilo comune. Lo schermo di Piazza Maggiore, l’atmosfera bolognese e quella folla sterminata di cinefili e non, hanno contribuito a rendere la visione di questa colonna della storia del cinema un’esperienza più unica che rara.

 

Stefano Careddu